BlacKkKlansman – La regia di Spike Lee

ARTICOLO DI Gianni Canova

Inquadrature sghembe e oblique. Split screen. Schermi tagliati in due sia in verticale che in diagonale. Spigoli, angoli, zigzag. Non è mai “canonica” la forma dell’immagine nel nuovo, potente film di Spike Lee. È piuttosto rotta. Scissa. Sia nella singola inquadratura che nella tessitura drammaturgica. Come se Spike Lee volesse portare il conflitto e lo squilibrio fin dentro l’immagine. Come se volesse far sentire che anche il modo con cui dici le cose, e le rappresenti, è determinante per definire il modo in cui percepisci il mondo.

BlacKkKlansman – ispirato a una “fottuta” storia vera, dice la didascalia iniziale – in realtà comincia con un’inquadratura di Via col vento. Una citazione. Poi assume in sé alcuni frammenti di Nascita di una nazione di David Griffith e riprende immagini di repertorio proiettate sul primo piano di un fanatico suprematista bianco che ripete in modo urlante, ossessivo e compulsivo, i più beceri cliché di quell’anima razzista che è profondamente incistata nell’ideologia americana (e non solo in quella americana…). Via col vento faceva vincere il primo oscar a un’attrice afroamericana (Hattie McDaniel) ma solo a patto che impersonasse – col personaggio di Mami – la sudditanza dei neri e l’accettazione silente della propria presunta inferiorità.

Quanto a Nascita di una nazione, celebrava fin dai primi decenni del ‘900 la forza purificatrice del KuKluxKlan. Con BlacKkKlansman Spike Lee si scaglia con tutta la forza della sua ironia contro questa America e le fa lo striptease. Ne mette a nudo l’ignoranza, i pregiudizi, la rozzezza, la violenza. Che non è solo contro i neri. È contro le donne, contro gli ebrei, contro i poveri. Ma non c’è nulla di “ideologico”, in BlacKkKlansman. Per operare il suo denudamento Spike Lee ricorre a un duplice escamotage narrativo: BlacKkKlansman è al contempo la storia di un’infiltrazione di uno sdoppiamento. Un poliziotto “nero” (John David Washington, con turbante di capelli afro in stile blaxploitation alla Shaft) chiede ai suoi capi di poter provare a infiltrarsi nel Klan. Per sorvegliarlo. Per tenerlo sotto controllo. Gestirà le comunicazioni con i membri della setta razzista al telefono. È bravissimo nell’imitare la parlata dei bianchi. Ma per i momenti di incontro vis à vis gli serve una controfigura. Un piedipiatti bianco. E un suo collega ebreo (Adam Driver) gli viene in aiuto e si presta al gioco.

Così un ebreo e un nero si fondono in un’unica identità simulatoria: fingono di essere un suprematista fanatico che si aggrega a un gruppo di razzisti radicali che sognano – testuale – di “ripulire il paese da una razza sottosviluppata di scimpanzé”. Con divertito cinismo, su una sceneggiatura che opera continui salti di registro e fa surfing fra il comico, il drammatico e il sarcastico, Spike Lee ritrova la sua radicalità di un tempo e fa del cinema un’arma da combattimento. La “fottuta storia vera” a cui si ispira accadde negli anni Settanta (e BlacKkKlansman è a suo modo un film in costume), ma Spike Lee parla dell’America di oggi. Parla all’America di oggi. Parla a tutti noi. E il finale, potentissimo, amplifica tutta l’urgenza e l’attualità di quello che dice. E più il linguaggio sbanda taglia spezza e spacca, più quello che dice brucia. Come sale su una ferita.