Una storia senza nome – La sceneggiatura di Roberto Andò e Angelo Pasquini, con Giacomo Bendotti

ARTICOLO DI Gianni Canova

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Da dove vengono le storie? Dove nascono? di chi sono? A chi appartengono? E chi è autorizzato a dar loro un nome? Sono queste le domande di fondo – impegnative, essenziali, complesse, suggestive – che animano e fecondano il nuovo film di Roberto Andò, Una storia senza nome. Fin dal titolo, Andò dichiara apertamente l’oggetto del film (“una storia”) e individua nell’anonimato (“senza nome”) la sua qualità più specifica e caratterizzante. Il che vuol dire che il film è, prima di tutto, un film su una storia. Sulla storia di una storia. Sui modi – appunto – in cui una storia nasce, cresce, si diffonde, si perde. O si disperde.

All’origine di tutto c’è un fatto di cronaca realmente accaduto: il furto della Natività di Caravaggio dall’Oratorio di San Lorenzo, a Palermo, nella notte fra il 17 e il 18 ottobre 1969: un furto mai risolto, ancora avvolto nel mistero, ammantato di leggende, fonte di inesauribili versioni e narrazioni (c’è chi dice che la sua restituzione sia entrata addirittura anche nella ipotetica trattativa Stato-mafia…). Questo “fatto” di cronaca diventa il nocciolo di un procedimento di mise en abyme per cui la sceneggiatura di Andò immagina che un agente segreto (Renato Carpentieri) riveli una storia segreta a una segretaria (Micaela Ramazzotti) che ne fa il soggetto di un film consegnandolo a uno sceneggiatore professionista (Alessandro Gassman) che lo spaccia per suo. Finché non viene misteriosamente aggredito e finisce in rianimazione, impossibilitato a continuare a scrivere.

Ma qualcuno va avanti al posto suo, e la storia avanza, sbanda, scodinzola, si ferma, gira su sè stessa, si biforca, si riunisce e riparte, in cerca di un possibile finale.

E sono proprio le mirabilia del narrare le vere protagoniste del film: Andò le mette in scena con leggerezza e con una punta di ironia, attraversa con arguzia gli stereotipi e i cliché narrativi (l’agnizione paterna finale), e riesce nell’impresa difficilissima di raccontare una storia su come le storie prendono vita (e la perdono?).

Una segretaria e tanti segreti. Tanti misteri. Tanti soggetti che vorrebbero farla propria, la storia. Adattarla ai propri interessi. Usarla per il proprio potere. Ci sono perfino alcuni ministri e un Presidente del Consiglio coinvolti nella partita per far propria la storia. Come se Andò suggerisse che le storie – le narrazioni – sono sempre più il vero capitale sociale del nostro tempo: come i capolavori della storia dell’arte, se sono ben raccontate non hanno prezzo. E possono arrivare – per quanto finte – a modificare la realtà. 

C’è la lezione magistrale di Leonardo Sciascia in una sceneggiatura come questa: allievo e collaboratore del grande scrittore palermitano, Andò condivide con lui la passione per il giallo come genere privilegiato per indagare non solo la realtà ma anche i meccanismi del narrare. Ogni suo film – da Sotto falso nome a Viaggio segreto fino a Le confessioni – può essere visto, non a caso, anche come una riflessione metalinguistica sulle forme con cui il giallo smonta e rimonta le storie, le congetture, le ipotesi, gli indizi, le attese. Questa volta il divertissement è più evidente del solito e Andò con i suoi cosceneggiatori si spinge quasi ai confini della parodia, in un gioco di specchi per cui la stessa storia ne genera un’altra che ne genera un’altra e poi un’altra ancora, in un moto potenzialmente senza fine. Oltre a Sciascia (soprattutto quello di Una storia semplice, in cui pure si evocava il furto del Caravaggio palermitano), si sente la lezione di Hitchcock (evocato fin nell’uso delle musiche) e quella di Brian De Palma (magistrale la sequenza sul doppio, con sei donne accostate ciascuna alla propria sosia o gemella).

Alla fine c’è una verità? Chissà. Come dice il personaggio della segretaria-sceneggiatrice, “La verità spesso uccide. A salvarci è solo la finzione”. Vero. A patto di ricordare anche la frase su cui il film si apre: “Nella vita come nel cinema le cose più importanti sono quelle che non diciamo”. Non è un caso, allora, che il film finisca con una sequenza in cui la vita e il cinema si mescolano e coabitano, pur restando ben distinti l’uno dall’altra.