Ride – La produzione e supervisione artistica di Fabio&Fabio

ARTICOLO DI Gianni Canova

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Ne esci frastornato. Un po’ stordito. Forse anche un po’ confuso. E sicuramente dubbioso: su quel che hai visto, su come ti è stato raccontato, sul finale che temi di non avere ben capito. Che meraviglia: c’è più sperimentazione e più ricerca qui che in tutto il cinema italiano visto a Venezia (a parte lo sperimentalissimo Suspiria di Luca Guadagnino). Ma Ride a Venezia non c’era. Non c’era e probabilmente non poteva esserci. Troppo avanti. Troppo oltre. Troppo smanioso di sperimentare davvero per piacere al gusto compassato, snobistico e tradizionalista dei cinefili veneziani.

Ride – diretto da Jacopo Rondinelli ma ideato, scritto, prodotto, supervisionato (e in parte anche montato) dalla coppia prodigio Fabio&Fabio (già autori di Mine, 2016) è un piccolo miracolo di audacia, spregiudicatezza e passione. Non denuncia. Non si lamenta. Non pontifica. Semplicemente, sprigiona energia. Scatena reazioni chimiche. Genera cocktail visual-emozionali. E per farlo monta a ritmo forsennato le immagini riprese simultaneamente da 20 camere go-pro piazzate sui corpi dei due attori protagonisti, lanciati a velocità folle in una gara di downhill giù per le nevi e poi per i boschi di un paesaggio dolomitico, tra curve in contropendenza, sponde, salti, rocce, radici, prati aperti e sottobosco, a bordo delle loro indistruttibili mountain bike.

Ma non è una semplice gara da sport estremo quella che li vede impegnati: è una competizione segreta in cui un’organizzazione altrettanto segreta (la Black Babylon) offre 250.000 dollari al concorrente che sopravviverà alla morte di tutti gli altri. Il frullato è micidiale: sport estremo + game show + survival movie + videogame. Detto altrimenti: Fabio&Fabio costruiscono un meccanismo alla Hunger Games declinandolo però in una modalità espressiva e comunicativa che proietta senza esitazioni il cinema dentro l’universo dei linguaggi digitali contemporanei, fra found footage, videochat, soggettive alla Doom, riprese di droni, schermate skype.

La grafica, le windows, i punteggi, la continua pixellation delle immagini che perdono definizione, ci trasportano in un universo comunicativo composito e convergente in cui non è più possibile rinvenire i codici delle grammatiche filmiche tradizionali: primi piani e campi lunghi lasciano spazio a una proliferazione di immagini-shock, dalla durata brevissima, che si affastellano sullo schermo in un’esasperata frantumazione e disseminazione dei punti di vista appena appena raccordata dalla presenza ben dissimulata di alcune panoramiche tradizionali, in un’operazione di stridente e sorprendente modernità.

La matrice videoludica dell’operazione è evidente: Ride fa propri i meccanismi drammaturgici ed emozionali del videogioco (la struttura a livelli, la presenza di check e save point, la fortissima soggettivizzazione del punto di vista) ma li cala in un organismo visuale che è raffinatamente filmico: scene en plein air si alternano a sequenze soffocate in ambienti chiusi (cunicoli, bunker, caverne, sotterranei), luce e buio confliggono in continuazione, le tecnologie più moderne coabitano con reperti di archeologia tecnologica (il telefono con fili e disco, l’apertura di porte con lucchetti e chiavistelli, i manichini di gomma per simulare cadaveri), il tutto su una colonna sonora molto techno in cui risuonano rumori, le suonerie e le notifiche del mondo digitale.

I confini saltano, i linguaggi franano, le grammatiche scricchiolano, con una furia quasi picassiana nel fare a pezzi le forme per poi ricomporle, a volte in una struttura caleidoscopica dell’immagine. C’è tanto cinema, dietro e dentro un’operazione di questo tipo. C’è Black Mirror e c’è Rob Zombie. Ci sono gli action degli anni Ottanta e c’è J.J. Abrams. Ma quel rituale finale con i “clienti” in smoking che hanno pagato per vedere e ora vogliono “partecipare” richiama in tutta evidenza l’orgia del kubrickiano Eyes Wide Shut, mentre i monoliti neri che appaiano ad ogni salto di livello del racconto non sono solo una monumentalizzazione dello smartphone come oggetto imprescindibile del nostro mondo ma una palese evocazione del monolite misterioso di 2001: Odissea nello spazio. Ambizioso? Non c’è dubbio.

Ma l’operazione produttiva di Fabio&Fabio, costruita in collaborazione con Andrea Occhipinti e Lucky Red, non finge timidezze né false modestie: ambisce ad essere internazionale pur avendo un’anima italiana e si dispone in un orizzonte di inevitabile multimedialità (Ride è anche un romanzo firmato da Andrea Barone per Mondadori e un fumetto disegnato da Andrea Boccardo). Un racconto distopico? Non proprio. Il mondo che Fabio&Fabio raccontano e inscenano, assieme a Jacopo Rondinelli, non è un altro mondo. È già il nostro. È la nostra realtà. Fabio&Fabio ci immergono dentro. E ci fanno sentire che li dentro non c’è libertà. C’è sempre qualcuno che ci guarda, ci spia, ci compra. E noi vendiamo le nostre vite in cambio non solo di visibilità ma anche e soprattutto di quello che – lo si dice apertamente nel finale – è “l’obiettivo scoperto di ogni spettacolo e di ogni rituale: trasmettere energia”.