Mission: Impossible – Fallout – La recitazione di Tom Cruise

ARTICOLO DI Gianni Canova

34 anni. Tanti ne aveva Tom Cruise quando nel 1996 indossò per la prima volta i panni dell’agente Ethan Hunt nel mitico Mission: Impossible di Brian De Palma. Sono passati 22 anni, Cruise è ormai più vicino ai 60 che ai 50 anni, e tuttavia è ancora lì, acrobatico e scattante, a darci dentro come un matto per rendere credibile l’agente più scavezzacollo di tutto il cinema action degli ultimi decenni.

Come tutti sanno, Tom Cruise rifiuta categoricamente l’utilizzo di stuntmen e di controfigure sul set: che si tratti di lanciarsi da un areo in volo, di saltare dal tetto di un grattacielo a un altro o di correre come un pazzo in sella a una motocicletta per le vie di Parigi, Tom si mette in gioco in prima persona. Non accetta sostituti. Vuole realizzare lui la performance ginnico-atletica che faccia restare il pubblico a bocca aperta. Poco prima dell’uscita in sala di Mission: Impossible – Fallout è girato sul web un video in cui si vede Tom Cruise che salta da un edificio a un altro ma calcola male la distanza e si rompe la caviglia quando atterra dopo il balzo. Il video, divenuto immediatamente virale, ha avuto per i fans lo stesso effetto dello scioglimento del sangue di San Gennaro per i fedeli partenopei: l’attestazione della veridicità del miracolo.

Tom non finge, agisce. Eccome, se agisce: nel sesto episodio di una delle più belle saghe del cinema contemporaneo corre come un ossesso, fa a cazzotti ovunque, si butta da un aereo in volo, si infila in un inseguimento contromano degno delle regie da ottovolante di un William Friedkin, è protagonista del più bel combattimento fra elicotteri di tutta la storia del cinema e porta al limite estremo uno degli ingredienti immancabili di ogni episodio, il combattimento con il nemico appeso a picco su un precipizio da vertigine. Senza un attimo di tregua, con un ritmo che accelera sbanda frena e riscatta in continuazione. Con un’energia che sprigiona selvaggia da ogni gesto, da ogni azione, da ogni sequenza. Poco importa che il suo volto sia poco espressivo. Che faccia fatica a reggere i primi piani in cui deve mostrarsi pensieroso, o pensante. L’unica cosa che gli riesce è inarcare un po’ le sopracciglia, e farsi venire due leggere fossette sulla fronte, sopra il naso. Nient’altro. Ma va bene così. Non è il volto che recita in lui. È il corpo. Tutto il corpo.

E anche l’impassibilità del volto paradossalmente è funzionale a trasmettere l’idea di un corpo capace di tenere sotto controllo le emozioni, di non farle trasparire, di congelarle nella potenza del gesto. Da questo punto di vista Tom Cruise è forse l’erede più esplicito di quella tradizione recitativa che vede nell’attore più un acrobata o un ginnasta che un retore o un interprete di caratteri e psicologie. In Ethan Hunt non c’è traccia di psicologia.
C’è un po’ di doppio gioco, certo. C’è l’inganno di identità plurime e sempre cangianti. Ma il tutto inserito in un meccanismo narrativo che è prima di tutto un giocattolo narratologico in cui i ruoli e le funzioni contano molto più dei caratteri, delle motivazioni e delle psicologie.

Non sono “personaggi”, quelli che inscenano sullo schermo l’eterno gioco del tradimento e del conflitto: piuttosto sono maschere. Sono tipi. Meglio: sono stereotipi. Presi in fretta dagli scaffali del supermarket della narratività popolare e miscelati in dosi sapienti da un team di cuochi e di cucinieri che sa bene come stuzzicare e poi come appagare il palato del suo pubblico.

Non vuole insegnare nulla, una saga come questa. E lo confessa candidamente all’inizio di ogni episodio. Anche qui, all’inizio di Fallout, Ethan Hunt si vede recapitare un pacchetto che gli indica la missione da compiere. “Questo messaggio – recita la voce anonima registrata – si distruggerà automaticamente entro cinque secondi”.

Anche il film funziona più o meno così: ti tira dentro un meccanismo ludico-spettacolare, ma poi si autodistrugge. Lo vedi e lo dimentichi con la stessa facilità. Ti eccita e sfugge via. Leggero, veloce, ai limiti dell’inconsistenza. Come se il destino del grande cinema spettacolare nell’era delle nuove tecnologie non potesse essere che questo: inebriarti con la vertigine di un’azione mozzafiato e poi disinnescarsi. Produrre il massimo di visibilità e poi perdersi dentro lo stesso meccanismo che l’ha generato. Eccitare il suo pubblico con effetti mirabolanti e poi scomparire nel nulla, senza quasi lasciare traccia di sé. La recitazione di Tom Cruise è perfettamente funzionale a questo meccanismo: eccitazione e rimozione. Sistole e diastole. Come un cuore che pulsa nel nostro immaginario.