Ocean’s 8 – La recitazione di Sandra Bullock

ARTICOLO DI Gianni Canova

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Non cammina, incede. Sicura, elegante, quasi regale.

Occhiali scuri e trench grigio annodato in vita, Sandra Bullock indossa i panni di Debbie Ocean, sorella dello scomparso Danny (George Clooney), con l’allure disinvolto di una modella e il portamento fiero di una bandita.

Guardatela: lo sguardo sempre leggermente verso l’alto, di sghembo, come a fissare un punto indefinito che solo lei riesce a intravedere. Serissima, visionaria, ma come se fosse sempre sul punto di scoppiare a ridere. Forse, è proprio in questa sottile ambiguità la chiave per capire l’interpretazione di Sandra Bullock e, in fondo, anche delle altre sette complici che in Ocean’s 8 con lei progettano di rubare un diamante da 150 milioni di dollari dal collo di una vanitosa e capricciosa Anne Hathaway. Fanno sul serio, ma è come se stessero giocando. Recitano una parte, sanno di recitare e ce lo fanno capire. Tessono una sottilissima ragnatela di ironia per mettere in scena una parte e al tempo stesso farci capire che sono consapevoli della maschera che indossano. Osservatele bene nella scena strepitosa sulla metropolitana: disposte come su un palcoscenico teatrale, ognuna col proprio abito di scena, ma anche perfettamente consapevole della propria maschera.

Sarà anche vero che il regista Gary Ross (quello di Hunger Games) gioca con gli stereotipi, ma come ci giocavano i grandi della Hollywood degli anni d’oro che si misuravano con gli heist movie, i Don Siegel, i Robert Aldrich, i Richard Brooks. Far ritrovare al pubblico ciò che già conosce e ama e poi, a sorpresa, portarlo da un’altra parte.

Non era facile realizzare una variante femminile della saga iniziata ormai tanti anni fa da Steven Soderbergh con Ocean’s Eleven. Per riuscirci servivano innanzitutto un cast all’altezza e una leader carismatica capace di non far rimpiangere l’assenza di George Clooney.
Sandra Bullock ci riesce. La sua Debbie, che è stata 5 anni, 8 mesi e 12 giorni in galera, e li ha occupati tutti per progettare il “colpo grosso” al Met Gala di New York, è una sorta di Bonnie senza Clyde, cresciuta nell’era di Sex and the City e di Il diavolo veste Prada. Le bastano 5 minuti, appena uscita di galera, per rifasi in modo truffaldino il guardaroba, riempire il beauty case di ogni bendidio possibile e procurarsi una camera nel miglior hotel della città senza praticamente spendere un dollaro. Tra glamour e humour, quando duetta con una Cate Blanchett biondo platino e leopardata non fa rimpiangere gli analoghi spassosissimi duetti fra George Clonney e Brad Pitt. Non sbaglia una mossa, un gesto, una traiettoria dello sguardo. E riesce anche a conferire una paradossale missione sociale alla propria attività delittuosa: “Da qualche parte là fuori – dice – c’è una bambina di 8 anni che sogna di diventare criminale. Stiamo facendo questo per lei”. Ma lo dice con un tono, e con uno sguardo, che fanno capire che sta giocando. Lei e le altre giocano. Lasciatele divertire, e vedrete che divertiranno anche voi.