Skyscraper – La sceneggiatura di Rawson Marshall Thurber

ARTICOLO DI Gianni Canova

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Un tempo, prima dell’11 settembre 2001, i grattacieli al cinema finivano spesso in fiamme. Il genere del disaster movie, il film catastrofico, si divertiva (ci divertiva?) a bruciarli. Era stato così negli anni Settata con L’inferno di cristallo e poi ancora negli anni Ottanta con Die Hard-Trappola di cristallo. Steve McQueen e Paul Newman nel primo caso, e Bruce Willis nel secondo, provvedevano a salvare il salvabile facendo palpitare la nostra emozionalità di spettatori.

Poi, con l’attacco alle Torri Gemelle, e con la sfida terroristica al grattacielo come simbolo orgoglioso della potenza, della cultura e della tecnologia occidentale, per un po’ i grattacieli sono rimasti fuori dal mirino anche del cinema catastrofico. Ma ormai, a quasi vent’anni di distanza dall’attacco alle Twin Towers, il grattacielo torna ad essere frequentato (e vulnerabile) anche nell’ambito del disaster movie.

Ed ecco allora che in Skyscraper di  Rawson Marshall Thurber il grattacielo più alto del mondo (220 piani!), a Hong Kong, diventa di nuovo bersaglio di un attentato da parte di un gruppo terroristico. Qui però, a differenza dei precedenti citati poc’anzi, il grattacielo è vuoto: al suo interno c’è solo il costruttore, abbarbicato al piano più alto, e la famiglia dello specialista che avrebbe dovuto collaudare i sistemi di sicurezza di “Pearl” (questo il nome in codice dell’edificio multifunzionale). Lui – l’eroe salvifico interpretato da The Rock, alias Dwayne Johnson – è fuori. Qualcuno lo accusa addirittura di essere lui il responsabile dell’incendio che comincia a divorare il grattacielo. Lui deve dimostrare la propria innocenza. Ma deve anche, prima di tutto, arrampicarsi là dentro per tirare fuori la sua famiglia dall’inferno. Tutto qui.

Non c’è in Skyscraper la folla di personaggi e di tipi umani che animava la drammaturgia di L’inferno di cristallo. Qui c’è l’eroe e c’è una missione da compiere. Punto. Nient’altro. Azione allo stato puro innaffiata e insaporita con un po’ di buoni sentimenti familistici giusto per mettere accanto ai muscoli anche un po’ di cuore. Ma con una variante non proprio trascurabile introdotta dalla sceneggiatura: questa volta uno dei corpi più famosi del cinema muscolare contemporaneo appare fin dall’inizio come mutilato. Il personaggio di Dwyane Johnson ha perso una gamba in un’azione precedente e ha un arto artificiale. È tecnicamente un disabile.

Nella logica elementare della sceneggiatura da blockbuster la menomazione serve a rendere più umano il personaggio e più eroico il suo combattimento: anche se mutilato, l’eroe è sempre tale. Senza macchia e senza paura. Granitico. Inscalfibile. Con una prestanza fisica che lo rende comunque il prototipo ideale del Salvatore o del Vendicatore. Perché l’eroe interpretato da Dwyane Johnson ha il cuore buono. Non odia i nemici. È l’eroe della porta accanto, senza superpoteri particolari che non siano il suo coraggio e la sua dedizione. Cosa ci piace in un blockbuster così? Ancora quella sindrome di Nerone, quel piacere di assistere a spettacoli di distruzione urbana di cui parlava un grande critico come André Bazin? O non piuttosto l’assoluta prevedibilità dell’intreccio, l’assenza di novità, il piacere della ripetizione, la constatazione di essere capaci di prevedere come andrà a finire?

Forse è questa rassicurazione assoluta l’obiettivo della sceneggiatura: questa volontà di far sentire onnipotente lo spettatore, dandogli esattamente quello che egli si aspetta di trovare. Qualche sorpresa certo c’è (ad esempio l’inattesa citazione finale della scena degli specchi in La signora di Shanghai di Orson Welles), ma l’esito di un racconto come questo è a suo modo paradossale: con la promessa di immergerci nel cuore di una catastrofe destabilizzante, alla fine rafforza tutte le nostre sicurezze e mette tra parentesi le nostre paure.