La prima notte del giudizio – La sceneggiatura di James DeMonaco

ARTICOLO DI Gianni Canova

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Lo chiamano The Purge. Lo Sfogo. Dicono che serve ad abbassare il tasso ordinario di criminalità quotidiana. Dicono che la gente è arrabbiata, gonfia di un odio cieco, sordo e rancoroso. Dicono che a questa rabbia e a questo odio bisogna pur offrire una valvola di scarico. Così i Nuovi Padri Fondatori d’America decidono di ispirarsi ai vecchi rituali del carnevale medievale. Semel licet in anno: una volta l’anno tutto è lecito. Tutto: ogni reato, ogni forma di illegalità, ogni crimine è consentito, in una sorta di grande, orgiastico e sanguinario rituale di sfogo collettivo.

Per sperimentare l’efficacia dell’idea, decidono di iniziare da Staten Island, New York: chiudono l’isola, pagano 5000 dollari a tutti gli abitanti che scelgono di non abbandonare le loro case durante la “prima notte del giudizio” e promettono compensi ancora più elevati a chi parteciperà attivamente alle violenze, documentadole con piccole videocamere innestate su lenti a contatto azzurre fosforescenti, che riprenderanno i crimini in soggettiva per nutrire la sete di sangue dei media.

Giunta al suo quarto episodio, la saga inventata da James DeMonaco regala finalmente ai fans il suo prequel e racconta le origini della distopia: di fronte alla crisi economica, alla sovrappopolazione, con il dilagare della povertà e della criminalità, il governo dei Nuovi Padri Fondatori non trova di meglio che trasformare un pezzo di città in un’arena gladiatoria dove la guerra di tutti contro tutti dovrebbe produrre, se non altro, l’eliminazione di un buon numero di poveri e di disperati a cui nessuno più sa come provvedere.

Si respira un’aria alla John Carpenter in questo prequel: come in cult-movies quali Essi vivono o 1997: Fuga da New York l’horror e il B-movie diventano i veicoli privilegiati per indagare l’orrore e la violenza della società. Ed è proprio il dato politico a risultare l’ingrediente maggiormente orrorifico del film: di sangue, in fondo, se ne vede poco, la violenza c’è ma meno efferata che in altri prodotti del medesimo genere.

Quello che colpisce nella sceneggiatura (scritta da DeMonaco, che tiene le redini del racconto pur cedendo la regia a Gerard McMurray) è la lucidità con cui costruisce una parabola politica in cui dice con chiarezza che l’odio non nasce dai diseredati, ma dai professionisti del rancore: non ci fossero loro – mercenari con cappucci alla Ku-Klux-Klan in testa – che entrano a Staten Island per seminare morte e terrore, gli abitanti – per quanto stremati dalla crisi e dalla rabbia – non si abbandonerebbero alla carneficina annunciata (e desiderata…) dai media. La carneficina c’è perché il potere la vuole. Perché il potere ne ha bisogno. Perché ha bisogno di poter continuare a dire che i poveri sono pieni di odio per giustificare sé stesso e la repressione dell’odio che esso stesso fomenta.

Dopo una prima parte come in surplace, immersa in un’attesa quasi ipnotica dell’arrivo della notte, la seconda parte del film mostra un conflitto in cui la salvezza della comunità è affidata interamente a personaggi black, a afroamericani, mentre i bianchi indossano sinistre maschere che evocano i peggiori incubi del ‘900 europeo. Nella sua cristallina eloquenza, ancora una volta l’horror spara dritto al cuore. E si conferma come una delle forme più politicamente sensibili di tutto il cinema contemporaneo.