Il Tuttofare – La recitazione di Sergio Castellitto

ARTICOLO DI Gianni Canova

Un mostro. L’ultimo erede di quell’interminabile galleria di mostri che dalle commedie ciniche di Risi e Monicelli fino ai giorni nostri ha dato voce e volto a una certa idea di italianità. L’avvocato Toti Bellastella, protagonista di Il Tuttofare di Valerio Attanasio, appartiene alla loro genìa: cialtrone e vanesio, esercita la professione forense con una spregiudicatezza amorale impressionante e nasconde sotto l’habitus rispettabile di professore ordinario di Diritto penale una congenita vocazione alla corruzione, al compromesso, all’inganno, all’ossequio nei confronti dei potenti e al disprezzo nei confronti dei più deboli.

Sergio Castellitto – qui in una delle sue più convincenti prove d’attore – dà al personaggio una coloritura antropologica di rara efficacia, riuscendo a inchiodarlo a una cialtroneria gassmaniana senza però farlo cadere mai – e il rischio c’era! – nella macchietta o nella caricatura. “Noi avvocati dobbiamo possedere una certa vocazione attoriale, una certa tensione verso la mimesi…”, dice di sé con sguardo autocompiaciuto, come fissando un punto imprecisato dello spazio davanti a sé. E in effetti la teatralità, la messinscena, la finzione più spudorata sono i tratti salienti dell’identità del personaggio e Castellitto li esprime con una sorta di metarecitazione che lo porta a interpretare il ruolo di un cialtrone che recita praticamente in ogni attimo della sua vita. La gestualità ampia, il dito indice spesso puntato a rafforzare il parlato, il ciuffo di capelli scomposto che gli conferisce una veemenza tutta finta, si sposano a una retorica ore rotundo che egli adotta quando deve concionare in aula o in tribunale, ma anche a un eloquio più sorprendente nelle scene in cui la strategia delle pause è il tratto saliente del suo modo di comunicare. Prendete anche solo la scena in cui visita in carcere il criminale che rischia due ergastoli e a cui suggerisce di cambiare sesso per evitare di restare in galera a vita. Nel colloquio, mentre il suo viso si riflette sul vetro che lo separa dal volto barbuto e obeso del malavitoso, adotta pause che rompono le regole della sintassi e producono un ritmo inatteso: “Io ho avuto un’idea per PAUSA aggirare in qualche misura la PAUSA dinamica processuale. PAUSA Per certi versi è un’idea PAUSA rivoluzionaria PAUSA una pista mai PAUSA battuta prima PAUSA Lei PAUSA lei fa richiesta per PAUSA intraprendere….” e così via. Il personaggio di Castellitto imprime il ritmo al dialogo così come dà il ritmo all’azione e al racconto. È lui che fa girare attorno a sé come una trottola il giovane factotum interpretato da Guglielmo Poggi, in una sorta di riedizione della coppia Gassman-Trintignant di Il sorpasso: come nel capolavoro di Risi, anche qui c’è un cialtrone spaccone vanaglorioso mascalzone e c’è un giovane gentile, ingenuo, sorridente e perbene. Il personaggio del giovane “tuttofare”, con il miraggio di essere assunto, ubbidisce agli ordini: corre a comprare il pesce, cucina, offre le mentine al Professore, si china per allacciargli le scarpe, fa finta di svenire in tribunale per interrompere un’udienza che si stava mettendo male e arriva perfino a sposare la sua giovane amante spagnola per farle avere la cittadinanza italiana (qualcosa di analogo accadeva già anche fra Gastone Moschin e Ugo Tognazzi nel film del 1968 Sissignore.). La vita come teatro. Come menzogna. Come ininterrotta messinscena.

Nella seconda parte del film, quando il personaggio di Castellitto viene un po’ messo da parte dalla sceneggiatura, che imbocca la strada di un mafia movie abbastanza stereotipato, il ritmo cala. Si sente l’assenza di Toti Bellastella. E infatti è il suo riemergere in scena, sia pure con l’ultima maschera, quella del demente afflitto da Alzheimer precoce, con sguardo catatonico e dita tamburellanti sul ginocchio, a far ritrovare il ritmo al film e a farlo volare verso il suo finale. Che non ha la cattiveria feroce che aveva Il sorpasso (ma quello era un capolavoro assoluto…) e sfocia in una soluzione di compromesso, più consona – forse – ai nostri tempi mediocri e velleitari anche nella cialtroneria. Ma l’idea dell’avvocato che mente ogni volta che muove le labbra resta. Così come la convinzione che i “mostri”, in Italia, sono come l’araba fenice: si rigenerano sempre, cambiano maschera velocemente, si adattano al contesto, ma non muoiono mai.