Tre manifesti a Ebbing, Missouri – La recitazione di Frances McDormand

ARTICOLO DI Gianni Canova

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Con quella faccia un po’ così. Tutta angoli, spigoli, zigomi. Senza nulla di morbido, di curvo, di rotondo. Con quell’espressione un po’ così. Tutta grugni e mugugni. Tutta guizzi di cinismo e lampi di disgusto. Quasi un campionario di tutte le forme del disincanto. Raramente si è vista al cinema un’attrice capace di fondere in un unico personaggio due archetipi della nostra tradizione drammaturgica (la Mater Dolorosa di matrice cristiana e la Madre Coraggio d’origine brechtiana) con la forza e la precisione con cui lo fa Frances McDormand in Tre manifesti a Ebbing, Missouri.

Diciamolo subito, e urliamolo quasi: se l’Oscar® quest’anno non lo danno a lei, se i giurati dell’Academy dovessero preferirle qualche reginetta del virtuosismo teatrale, o qualche campioncina del perbenismo politicamente corretto, sarebbe come minimo uno scandalo.

Perché quello di Mildred – la madre che affitta tre manifesti per accusare la polizia di non riuscire a trovare il “mostro” che le ha ucciso e stuprato la figlia poco più che adolescente – è un personaggio che resterà nella storia del cinema. E la performance di Frances McDormand è una lectio magistralis sul mestiere dell’attore. Guardatela, con la sua salopette e con la bandana grigia che le cinge la fronte e la nuca, mentre finge di essere la variante femminile di John Wayne andata a lezione da Bruce Springsteen e dai fratelli Coen (non a caso: Joel Coen è suo marito da più di trent’anni).

Ma guardate anche come la canta al prete del villaggio, andato a dar lezioni di sopportazione cristiana a lei che sta sopportando tutto il dolore del mondo. Guardate come gestisce tutta la semiotica della ruvidezza, e come sa essere di volta in volta aspra ispida scorbutica e scontrosa nelle sue relazioni con il circo di maschi che le ronzano attorno, dall’ex-marito che si consola con una lolitina più scema che bella allo sceriffo addolorato, dal poliziotto mammone e razzista al nano devoto e innamorato. Ma guardatela anche nei suoi momenti più intimi – quando sale in auto e aggiusta lo specchietto retrovisore, quando sotto la maschera del disgusto lascia affiorare un’ipotesi di sorriso – e vedrete come sa lasciar scorgere il ricordo di una gentilezza femminile che il cinismo del mondo l’ha obbligata a nascondere e a mettere in soffitta. Mildred è la donna-offesa, donna-ingannata, donna-addolorata. Ma anche donna-rabbiosa, donna-decisa, donna-avvelenata.

Scurrile come il mondo che la circonda, ma più intelligente e lucida di quel mondo, è capace di trapanare il dito di un dentista impiccione, di prendere a calci i compagni di scuola del figlio e perfino di appiccare il fuoco alla stazione di polizia. Ruvida, ma sempre a suo modo elegante. Lontanissima da ogni forma di glamour, sa essere comunque bella. Bella come ogni personaggio che crede in quello che fa, e lo fa perché ritiene giusto farlo, costi quel che costi. Bella come ogni anima solitaria che non ha paura di combattere sola contro il mondo. Bella come ogni madre che lotta per difendere la prole. Bella come ogni attrice che azzecca il personaggio della vita. Perché questo film è per Frances McDormand ciò che Colazione da Tiffany è per Audrey Hepburn, o Eyes Wide Shut per Nicole Kidman: la consacrazione definitiva, l’iconizzazione compiuta. Più che in Fargo, più che in Quasi famosi, qui Frances va alle radici del lavoro dell’attore e costruisce una maschera tragica che agisce a Ebbing. Missouri, nel buco del culo della provincia americana, ma facendoti sentire che quella maschera ha qualcosa di Antigone e di Elettra e che viene da lontano, da Tebe e da Corinto, da dove nacque un tempo la tragedia greca. Da dove veniamo tutti noi, che in lei ritroviamo il senso del nostro essere al mondo.