Il premio – La recitazione di Gigi Proietti

ARTICOLO DI Gianni Canova

Esterno notte. Un padre e un figlio, soli nel buio, si guardano negli occhi.

Sono quasi alla fine di un viaggio verso Nord che li ha portati, almeno in parte, a ritrovarsi. Il padre (Gigi Proietti) sta fumando. Oppio. Il figlio (Alessandro Gassmann) lo rimprovera. Lo biasima. Ma il padre lo liquida con uno di quegli sguardi che non ammettono né repliche né ragioni. E il figlio, in silenzio, si ritira.

Nei panni del padre, Gigi Proietti dà vita a un personaggio che inevitabilmente richiama il vero padre dell’attore che interpreta il figlio: il suo Giovanni Passamonte, anziano scrittore in viaggio verso Stoccolma per ricevere il Nobel per la letteratura, altri non è che la maschera finzionale attraverso cui Alessandro Gassmann – regista e attore – ricorda ed evoca la figura di suo padre Vittorio.

Scommessa difficile, per Proietti, quella di dar vita – sia pure in modo traslato – a una personalità egocentrica, sfrontata e narcisa come quella di Vittorio Gassman. E incarnarla – per di più – all’interno di un racconto – il road movie – in cui Gassman padre era (vedi Il sorpasso) un maestro indiscutibile. Invece che puntare sul mimetismo e cercare di imitare Gassman su un terreno in cui non sarebbe stato imitabile, Gigi Proietti fa una scelta coraggiosa e va in direzione opposta. Lavora di sottrazione. Gioca sull’understatement. Pur non rinunciando ad alcune battute fulminanti che sarebbero piaciute a Vittorio (“Nella mia vita ho scritto solo libri di disimpegno civile”), mitiga l’esuberanza del modello e lo riplasma in una sorta di fenomenologia del disincanto.

Il suo Giovanni Passamonte non ha smesso di amare le donne, la vita, l’amore, e l’entusiasmo con cui saluta la sua vecchia amica Greta (una bellissima e ancora sensuale Erica Blanc), togliendosi il panama bianco e lanciandosi in un abbraccio avvolgente, ne è la conferma più bella: elegantissimo con la sua sciarpa celeste al collo, con i capelli bianchi scarmigliati quanto basta, recita con un repertorio gestuale ridotto all’osso e rintuzza la tronfia iattanza del figlio con la lama sottile dell’ironia.

Impeccabile nei duetti con Rocco Papaleo (quasi dei minuetti strepitosi per ritmo, arguzia e sintonia recitativa), galante ogni volta che c’è una presenza femminile nei dintorni, riesce nel miracolo di portare l’icona di Vittorio Gassman dalle parti di Bergman e di rendere non blasfemo il riferimento a un classico del disincanto senile come Il posto delle fragole.

Vero perno gravitazionale del racconto, il personaggio di Proietti riesce a dar luce a tutti gli altri ruoli, dalla figlia blogger interpretata da Anna Foglietta all’anziano mandriano che gli vende una mucca per consentirgli di bere un bicchiere di latte fresco. Con la stessa facilità con cui dispensa la sua pipì in qualunque luogo, ogniqualvolta ne senta il bisogno, Proietti sembra quasi lasciare in ombra il suo scrittore disincantato per far vivere i personaggi che gli stanno accanto. Salvo poi rivelare nel finale la sua vera strategia: “Nessuno basta a se stesso. Scendere dal podio, spostarsi dal centro della scena, è il primo antidoto contro gli orrori della storia”.

Alle prese col fantasma di un attore ingombrante quanto il padre che interpreta, Proietti intuisce che l’unico modo per dar senso e spessore al suo personaggio è quello di metterlo ai margini. E questa scelta, questo atto non di umiltà ma di saggezza, dice una volta per tutte la sua grandezza di attore.