L’uomo di neve – Il montaggio di Thelma Schoonmaker e Claire Simpson

ARTICOLO DI Gianni Canova

Attenzione alle mani.

Mani che appallottolano la neve, mani che impugnano chiavi, mani che offrono bicchieri. E poi mani guantate, mani eleganti, mani curate, ma anche mani brutali o mani sfinite. Mani che accarezzano, mani che uccidono.

Con geniale scelta stilistica, Thelma Schoonmaker (storica montatrice di Scorsese, tre volte Oscar® per il montaggio di Toro scatenato, The Aviatore e The Departed) fa delle mani il leitmotiv ritmico e visuale di L’uomo di neveil noir norvegese diretto da Tomas Alfredson (La talpa, Lasciami entrare) e tratto dall’omonimo best seller di Jo Nesbø.

Assieme alla collega Claire Simpson (a sua volta Oscar® per il montaggio di Platoon), Thelma Schoonmaker parte piano e conferisce alla prima parte del film un andamento volutamente claudicante, come per rendere anche ritmicamente gli sbandamenti e le incertezze di una storia che scivola sulla neve e sul ghiaccio di un paesaggio norvegese perennemente innevato.

Campi lunghi e lunghissimi, dove la presenza umana si perde nell’immensità della natura. Poi primi piani sui volti di Michael Fassbender, di Charlotte Gainsbourg, di Val Kilmer. Quindi, di nuovo, dettagli: una mano che gira il cucchiaino in una tazza di caffè, una mano che spegne una sigaretta nella neve, due mani che dispongono chicchi di caffè per disegnare le labbra di un pupazzo di neve, una mano che si infila in un guanto prima di colpire.

Il gioco e la danza delle mani guidano sul piano visuale un racconto che cresce a poco a poco e diventa incalzante e si fa affannoso a mano a mano che le vittime si accumulano e l’assassino – quello che agisce eccitato dalla neve – diventa sempre più compulsivo nel suo progetto omicida seriale. Di lui vediamo solo le mani guantate, osserviamo la feroce precisione con cui prepara i suoi “attrezzi” da lavoro, la chirurgica follia con cui opera sul corpo delle vittime, tagliando, sezionando, amputando.

Del suo antagonista – un Fassbender loser più che mai, alcolizzato, sbandato, bisognoso di mostri da catturare per esorcizzare i mostri che ha dentro – vediamo invece gli occhi lucidi, lo sguardo attonito e febbrile, il volto sempre contratto in una smorfia o di disgusto per il mondo o di rassegnata accettazione del taedium vitae.

In un paesaggio triste e decolorato, dominato dal grigio e dal nevischio, Tomas Alfredson imbastisce un noir che forse sacrifica qualcosa del romanzo di partenza, ma che regala momenti di grande intensità (indimenticabile la sequenza iniziale della madre in auto che sprofonda nel lago ghiacciato mentre il figlio la vede inabissarsi dalla banchina gelata).

Il montaggio di Thelma Schoonmaker e Claire Simpson ha il ritmo del nostro cuore che batte. E alla fine chiude, non a caso, sulle mani: l’ultima cosa che vediamo dell’assassino sono le mani che si agitano appena sotto la superficie dell’acqua, l’ultima cosa che vediamo del detective interpretato da Fassbender è la mano in primo piano, appoggiata sul petto. O sul cuore.