Mal di pietre – La recitazione di Marion Cotillard

ARTICOLO DI Gianni Canova

Gli attori, in genere, interpretano i film. Marion Cotillard, in Mal di pietre, fa molto di più. Lei il film lo indossa. Se lo cuce addosso. Se lo confeziona su misura. Tutto sul suo corpo. Sul volto, lo sguardo, la bocca, le mani.

Guardate anche solo l’inizio, quando il suo corpo brucia di desiderio, e freme suda e spasima invano tra il frinire delle cicale nell’estate della campagna francese degli anni Cinquanta. La prima volta che la vediamo, dopo il prologo, è immersa fino all’inguine nelle acque fresche di un torrente, con il vestitino azzurro rimboccato fino in vita e i peli pubici bagnati e raffreddati dall’acqua del fiume. Ma poi guardate come si sdraia sul letto, sudata. Come lecca e bacia le pagine di un libro che appartiene all’uomo dei suoi desideri. Come scrive e poi pronuncia più volte, pensando a lui, la frase: “Vous entrerez en moi”. “Entrerete dentro di me”.

Gabrielle – si chiama così, il suo personaggio – la sussurra, la sibila, la ripete, la sospira. Intorno a lei, gli odori e i sapori della Provenza, d’estate. I campi di lavanda, il profumo del vino. Ma lei non li sente nemmeno, questi odori e questi sapori. Lei – lo dice a Cristo, nudo sulla croce – ha un solo desiderio: quello di conoscere “la cosa principale”. L’unica che la farebbe diventare donna. Spudorata. Svergognata. Desiderante. Pericolosa. Tanto pericolosa che la sua famiglia e il suo villaggio pensano bene di imbrigliare la piena del suo desiderio con un matrimonio combinato. E guardate allora come passa repentinamente dall’ossessione erotica alla crisi di nervi. Ma guardatela anche – catatonica e ammutolita – nel rapporto anerotico con il brav’uomo che la sua famiglia le impone di sposare.

E poi come si riaccende di vita nella stazione termale svizzera dove va per curare il suo mal di pietre (una calcolosi) e dove invece ritrova il desiderio e la passione nel rapporto con un giovane ufficiale da poco rientrato, pieno di traumi, dalla guerra di Indocina.

Nelle scene d’amore con lui, impotente, Marion mette un languore, un’intensità e insieme una tenerezza che tolgono il respiro. Alcuni critici snob a Cannes l’hanno strapazzato: forse perché non riuscivano ad accettare un film diretto da un’attrice (Nicole Garcia), tratto dal romanzo di una scrittrice italiana (Milena Agus) e tutto proiettato a mettere in scena in scena, semplicemente, il fantasma del desiderio femminile.

Senza proclami morali, senza denunce civili, senza scandali sociali. Ma in ciò sta la forza di un film come Mal di pietre. Assieme alla capacità – rara – di avvicinarsi al mistero di una donna (di ogni donna?) come di rado capita al cinema. E di ricordarci che noi tutti, in fondo, ci innamoriamo sempre e solo di un fantasma.