Il traditore tipo – Le location scelte da Tom Crooke e Daragh Coghlan

ARTICOLO DI Gianni Canova

Dopo la fine della Guerra Fredda, sembra che una delle convenzioni più irrinunciabili della spy story contemporanea sia quella di poter disporre del mondo intero come scacchiere del racconto e dell’azione. Se un tempo bastava una città (Berlino, su tutte…) a rendere credibile e indimenticabile una spy story, ora – dopo la caduta del Muro – il modello James Bond ha davvero vinto: nel nostro mondo picchiatello e globalizzato non c’è spy story che si rispetti che non saltabecchi qua e là sulla cartina geografica, come fa da sempre l’agente segreto 007, cambiando continuamente ambientazione e dando all’intreccio un’impronta ostentatamente “turistica” e cosmopolita. Anche Il traditore tipo, tratto dal romanzo di John Le Carré pubblicato in Italia nel 2010 da Mondadori, non sfugge alla regola. In poco più di 100 minuti porta a spasso lo spettatore in un tour cine-turistico che parte dal Marocco, passa per il cuore dell’Europa e si conclude sul Tamigi. I location manager del film, Tom Crooke e Daragh Coghlan, hanno fatto un lavoro accurato (e spesso anche di alto valore simbolico) per offrire a ogni situazione prevista dalla sceneggiatura l’ambientazione più adeguata.

Il romanzo di John Le Carré, ad esempio, iniziava ad Antigua. Il film diretto da Susanna White (Tata Matilda e il grande botto) inizia invece a Marrakech: è qui che una coppia inglese in vacanza – lui (Ewan McGregor) professore di poetica, lei (Naomi Harris) avvocatessa di grido – viene avvicinata da un esuberante “vory” (mafioso) russo (Stellan Skarsgard) che confessa candidamente di essere uno dei più grandi riciclatori di denaro sporco del mondo e chiede ai due di intercedere presso le autorità britanniche per ottenere protezione per la sua famiglia in cambio di esplosive rivelazioni sui rapporti fra riciclaggio e alta finanza internazionale. Il riferimento a L’uomo che sapeva troppo di Alfred Hitchcock è fin troppo evidente: anche lì l’azione partiva a Marrakech, dove un marito e una moglie apparentemente “normali” (James Stewart e Doris Day) venivano coinvolti in un gioco molto più grande di loro a partire dal rapimento del loro figlioletto. In Il traditore tipo non c’è nessun figlioletto rapito, ma ci sono le figlie del mafioso russo da proteggere e da salvare. Fra le altre location scelte per il film, la banlieue parigina e il rifugio sulle Alpi francesi sono senz’altro tra le più riuscite: la prima pompa tensione e la seconda infonde mistero a un film-enigma, dove tutti tradiscono tutti e dove lo spettatore è continuamente indotto a dubitare di ciò che sente e di ciò che vede.

Nel finale però la rivelazione arriva, ed è tra le più dure e feroci e indignate di tutta la produzione di Le Carré. Senza rivelare nulla sul destino dei personaggi, si può comunque ricordare che Il traditore tipo ci dice che Londra e il suo sistema finanziario sono il “cuore” in cui arriva a ripulirsi 1/8 del denaro sporco di tutto il mondo, quello sporco di sangue, di guerre, di sofferenze, di fatica, di dolore, di morte. La ricchezza britannica si fonda su questo nauseante olezzo di cadaveri. E nessuno sembra volersi opporre. Per questo l’ultima inquadratura del film è davvero strepitosa: la location stavolta è il ponte sul Tamigi che porta alla City. L’inquadratura è dall’alto: un fiume di folla percorre il ponte nella stessa direzione. Sono tutti eleganti, decisi, sicuri di sé. Apparentemente perfetti e appagati. C’è un solo ma: un individuo, uno solo, cammina controcorrente. Va nella direzione opposta. E a lui che il film affida le sue e le nostre residue speranze.