Oscar 2016: ma Spotlight è davvero il miglior film dell’anno?

L’Oscar a DiCaprio e quello a Morricone. La scoperta di Alicia Vikander e di Brie Larson come nuove icone femminili nel firmamento hollywoodiano. Il riconoscimento alla Pixar per Inside Out come miglior film d’animazione. E poi l’Oscar per il terzo anno consecutivo a Emmanuel Lubezki per la fotografia di Revenant (dopo quelli vinti nel 2014 per Gravity e nel 2015 per Birdman) e quello per il secondo anno consecutivo a Alejandro Gonzales Inarritu per la regia di Revenant (dopo quello vinto lo scorso anno per Birdman).  Sono questi i dati di fondo di un’edizione degli Oscar che verrà ricordata più per i premi tecnici (le sei statuette a Mad Max: Fury Road, tutte ineccepibili e indiscutibili) che per il discutibile Oscar a Spotlight come miglior film e come miglior sceneggiatura originale. Perché discutibile? Perché quello di Tom McCarthy è un film infarcito di buone e lodevoli intenzioni, ma – secondo me – modesto sul piano formale.

Un film che colpisce un bersaglio che andava colpito (la pedofilia coperta e protetta dalle gerarchie della chiesa cattolica) ma che lo fa con soluzioni linguistiche, ritmiche ed espressive da anni Settanta. Poco male? Sì e no. Il cinema in questa edizione della notte degli Oscar poteva entrare nel mito (con Revenant e con Mad Max) e invece si è accontentato di restare nella cronaca. I giurati dell’Academy hanno voluto dare un segno politico – preparato e legittimato anche dall’intervento del vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden alla cerimonia – non capendo che i contenuti che passano in un film non sono mai quelli espliciti e dichiarati (come nel caso di Spotlight), ma quelli sotterranei e metaforici (come nel caso di Revenant e di Mad Max).  Poco male. Noi facciamo festa per l’Oscar a Morricone e per la colonna sonora tesa nevosa e nervosa che il maestro ha scritto per il film di Quentin Tarantino. E ci rammarichiamo che nell’omaggio In memoriam dedicato agli uomini di cinema che se ne sono andati nell’ultimo anno l’Academy si sia sì ricordata di Ettore Scola (ci mancava: ha avuto ben quattro nomination!) ma si sia dimenticata di grandi autori europei come il francese Jacques Rivette e il nostro Claudio Caligari (che pure rappresentava l’Italia in questa edizione degli Oscar con il suo Non essere cattivo, uscito postumo). Segno – ancora una volta – che nonostante le buone intenzioni l’Academy non riesce a guarire dagli antichi vizi del solipsismo e dell’autoreferenzialità.