Berlino: un Orso coraggioso

ARTICOLO DI Laura Delli Colli

Un Orso d’Oro che parla di solidarietà e di coraggio: non solo quello dei migranti che attraversano il mare verso l’ignoto, ma la capacità di Fuocoammare di sfidare pregiudizi e ostilità dei Governi del mondo. E il coraggio di un regista, Gianfranco Rosi, di raccontarlo senza retorica e, anzi con quel suo stile, personalissimo e asciutto, che tocca il cuore con semplicità e risveglia l’occhio pigro e distratto del mondo raccontando luoghi e personaggi –com’era accaduto con Sacro GRA, premiato col Leone a Venezia. Con lo sguardo del cinema, oltre ogni tentazione di fare cronaca. Con Rosi, che ha vinto la Berlinale 66 grazie alla Giuria guidata da Meryl Streep (con la nostra Alba Rohrwacher al fianco), l’Orso è tornato a casa a quattro anni dal premio che lo riportò all’Italia quando due maestri del cinema come Paolo e Vittorio Taviani vinsero con Cesare deve morire. Anche allora il cinema parlava una lingua ‘straniera’ al popolo che tradizionalmente si aspetta dai festival film di ‘fiction’, non documentari o docucinema come quello che i Taviani hanno realizzato in quel caso lavorando intorno ad un singolare laboratorio teatrale. I protagonisti di Cesare deve morire sono carcerati, alcuni dei quali condannati all’ergastolo, che nella rilettura shakespeariana di una tragedia hanno trovato riscatto e impegno in un’esperienza che ha cambiato la loro vita. Anche quest’Orso che parla, con il lampedusano, la lingua universale della denuncia e della solidarietà, racconta solitudine e dolore. Ma i migranti sono vittime incolpevoli e i loro carcerieri sono aguzzini senza scrupoli, responsabili, con l’avallo silenzioso di una politica miope, di quello che Rosi chiama un nuovo Olocausto.

Oggi come allora la Giuria del concorso ufficiale all’unanimità, senza alcuna esitazione, ha votato compatta: segno che la forza del cinema in certi casi non ha bisogno di troppe mediazioni. E che, comunque, Berlino si conferma, oltreché mercato più atteso della stagione invernale, il Festival cinematografico che maggiormente tra i grandi, mette al centro delle proprie opzioni un’offerta mai banale, sempre attenta a temi e proposte capaci di stupire, di parlare, con i film, della realtà e del mondo. E questo certamente ha reso ancora più forte la potenza delle immagini e dei racconti di Rosi nel microcosmo semplice e denso di umanità di un’isola che porta sulle spalle da oltre vent’anni , un dramma mondiale.

Emozionato e felice, con l’Orso tra le mani, Rosi sabato sera ha chiamato sul palco tutti i suoi collaboratori, innanzitutto il dottor Pietro Bartòlo, il medico di Lampedusa, cuore del film insieme al piccolo Samuele, e poi Peppino Del Volgo, il suo aiuto, che da Lampedusa ha ormai scoperto, prima con Emanuele Crialese, poi con Rosi, il lavoro del cinema. “Sono loro che mi hanno convinto a fare questo film e mi hanno fatto conoscere Lampedusa” ha detto Rosi ringraziandoli e dedicando la vittoria ai lampedusani ma anche, ai migranti che sull’isola non sono mai arrivati.

“Voglio ringraziare il festival per aver avuto il coraggio di mettere in concorso un documentario, anche questa è un’enorme vittoria” ha detto Rosi, parlando ancora, accanto a Meryl Streep, di Lampedusa “che apre il cuore agli altri”. Lo fa, con semplicità, anche con questo film che ora è importante vedere in sala: “quando ho chiesto a Bartòlo cosa fa di Lampedusa un paese così generoso – ha raccontato il regista – mi ha risposto: siamo pescatori e accettiamo qualsiasi cosa venga dal mare. L’Europa sta considerando le sue politiche, io ho paura soprattutto delle barriere mentali e spero che sia chiaro che la gente non può morire in mare mentre fugge da terribili tragedie”.

“Sì, noi siamo pescatori e accogliamo tutto quello che viene dal mare”, ha detto Bartòlo ancora più emozionato di quando appena una settimana fa Fuocoammare ha avuto il suo debutto a Berlino: è il medico condotto dell’isola, da sempre tocca a lui il primo ‘passaggio’ di controllo sulle donne, gli uomini, i bambini che arrivano, purtroppo anche spesso solo sui loro corpi esanimi. E’ lui che ha perfino il terribile compito di doverli archiviare, quei morti, oltreché da medico da volontario. “Abbiamo svegliato l’orso dal letargo, speriamo ora di svegliare anche la politica del mondo”. “Tante voci fanno un mare. Il mare è vita, deve essere vita, e non può diventare cimitero”

Non solo un atto d’accusa ‘politico’, ma, nelle intenzioni del regista “un film che spera di creare consapevolezza e che, in un certo senso, parla d’amore. Cercando “di rompere la barriera tra realtà e finzione, senza che l’una sconfini nell’altra”. Come dice Gianfranco Rosi: “Di fronte a un crimine così orrendo non ci possiamo girare dall’altra parte”.

 

ECCO TUTTI I PREMI ASSEGNATI

 

Orso d’oro per il miglior film:

Fuocoammare di Gianfranco Rosi

Orso d’argento- Gran Premio della Giuria:

Death in Sarajevo di Danis Tanovic

Premio Alfred Bauer per l’innovazione:

Lav Diaz per A Lullaby to the Sorrowful Mystery

Orso d’argento per la migliore regia:

Mia Hansen-Love per L’avenir

Orso d’argento per la migliore attrice:

Trine Dyrholm per The Commune

Orso d’argento per il miglior attore:

Majd Mastoura per Hedi

Orso d’argento per la migliore sceneggiatura:

Tomasz Wasilewski per United States of Love

Orso d’argento per il miglior contributo tecnico:

Mark Lee Ping-Bing per la fotografia di Crosscurrent

Premio per la migliore opera prima:

Hedi di Mohamed Ben Attia

 

Panorama – Premio del Pubblico, fiction:

1° Junction 48 di Udi Aloni, Israele/Germania

2° GrüBe aus Fukushima di Doris Doerrie, Germania

Shepherds and Butchers di Oliver Schmitz, Sudafrica/USA/Germania

Panorama – Premio del Pubblico, documentari:

1° Who’s Gonna Love Me Now? di Tomer & Barak Heymann, Israele/Gran Bretagna

2° Strike a Pose, di Reijer Zwaan, Ester Gold, Olanda/Belgio

3° WEEKENDS, di Lee Dong-ha, Corea del Sud