Fuocoammare: così Rosi racconta Lampedusa

ARTICOLO DI Laura Delli Colli

Un’immersione nel mondo dei migranti e nella realtà dell’approdo che negli ultimi vent’anni è diventato simbolo di libertà e integrazione: quel limbo estremo di terra sospesa tra Europa e Africa che è Lampedusa. Così è nato Fuocoammare, quinto film di un maestro del cinema del reale come Gianfranco Rosi, autore cosmopolita di documentari internazionali che ha già raccontato in un continuo viaggio intorno al mondo le persone e i luoghi più invisibili come l’India dei Boatman, il mondo dropout del deserto americano (Below Sea Level), il Messico dei killer del narcotraffico (El Sicario, room 164), la Roma del Grande Raccordo Anulare (Sacro Gra). Viaggiando con gli stessi occhi che hanno indagato genti e atmosphere di questi luoghi, Gianfranco Rosi ora ha indagato con curiosità umana e passione civile il microcosmo di Lampedusa, topos iconico  del più alto clamore mediatico e dello scontro, anche politico e ideologico, che ha acceso la guerra dei migranti dall’Italia in tutt’Europa.

Un viaggio che arriva alla Berlinale, in concorso per l’Italia, con il linguaggio di un racconto universale, per cercare, questa  volta di scrivere un capitolo di controinformazione su un luogo a proposito del quale tutto sembrerebbe essere già svelato, già dibattuto, già visto,

Con la gente di Lampedusa, guadagnandosi sul campo una fiducia assoluta, Rosi ha vissuto più di un anno, diventando parte di una quotidianità che ora racconta con lo sguardo di chi ha condiviso sensazioni, emozioni di chi vive o attraversa quel lembo di terra sospeso nel mare che è il Sud del Sud, all’ombra di una Sicilia che rende Lampedusa il confine simbolico di un’ Europa che i migranti alla fin fine non li vuole.

Nel film c’è il racconto di un destino. Anzi dei diversi destini, a volte contrapposti dall’uomo o dalle avversità, di chi sull’isola vive da sempre, i lampedusani, e chi arriva invece a Lampedusa sognando il miraggio di una stabilità ma finisce in realtà per attraversarla soltanto, transumando altrove.

Fuocoammare così non è solo storia di migranti ma racconto di un’esperienza umana speciale attraverso una mediazione fresca come lo sguardo ingenuo di Samuele, 12 anni, che ama i giochi di terra, anche se tutto intorno a lui parla di mare e di uomini, donne e bambini che cercano di attraversarlo per raggiungere la sua isola.

Un’isola, Lampedusa, che da vent’anni almeno non è come le altre, perché è diventata, oltre il suo irresistibile richiamo per il turismo che ama la natura e il mare più puro, la meta sognata da migliaia di migranti in cerca di libertà.

Samuele che ripercorre con questo debutto l’esperienza cinematografica di un fratello più grande che continua ad essere lo sguardo, da Respiro in poi, di un altro regista attento ai temi della migrazione e legato a Lampedusa e Linosa come Emanuele Crialese, diventa nel racconto di Rosi, il simbolo di un’isola e di un microcosmo, quello dei lampedusani testimone a volte inconsapevole, spesso partecipe, di una tra le più grandi tragedie umane dei nostri tempi. Un mondo perfetto per la narrazione che Rosi ama indagando e raccontando spesso più con le immagini e i silenzi le storie del suo mondo di invisibili.

“Sono particolarmente contento di portare a Berlino, nel cuore dell’Europa, il racconto di Lampedusa, dei suoi abitanti e dei suoi migranti, proprio ora che la cronaca impone nuovi ragionamenti” dice Rosi da Berlino. L’invito a partecipare al Festival gli è arrivato mentre stava ancora girando sull’isola, dove è stato trasferito anche il montaggio per garantire quel continuo scambio tra realtà e narrazione documentaristica che fa di Fuocoammare, titolo rubato alla tradizione orale lampedusana, un film due volte speciale.

Il rapporto di Rosi con Lampedusa dopo quest’esperienza? “È sempre difficile staccarmi dai personaggi e dai luoghi delle riprese, ma questa volta lo è ancora di più” racconta, presentando il film nel cuore di quell’Europa che ha il sapore di un luogo improvvisamente chiuso e inospitale per chi cerca una terra dove ricominciare a vivere. “Più che in altri miei progetti,” dice il regista “ho sentito la necessità di restituire al più presto quest’esperienza per metterla in dialogo con il presente e con le sue domande”. Difficile immaginare quali saranno  e se arriveranno prima o poi le risposte.

Ma una cosa è certa: dopo aver visto questo film ogni spettatore non potrà restare indifferente di fronte ad una narrazione così priva di retorica su un mondo e una realtà umana – quella dei migranti, sì, ma anche dei lampedusani che convivono con la loro realtà violata dai media – che è stata raccontata al mondo, in genere, con una cifra ben diversa da quella della solidarietà e dell’accoglienza di cui questo luogo, per il quale è stata chiesta una candidature al Nobel per la pace, si rivela capace.

Il film, prodotto da Donatella Palermo e dallo stesso Rosi, è una coproduzione 21 Uno Film, Stemal Entertainment, Istituto Luce-Cinecittà e Rai Cinema ed è una coproduzione italo-francese Les Films D’Ici e Arte France Cinema. La sua uscita è programmata nelle sale italiane dopo Berlino, con Istituto Luce-Cinecittà.

Anche fotografia e suono sono di Gianfranco Rosi; il montaggio invece di Jacopo Quadri, aiuto-regista è stato Giuseppe del Volgo, il mitico ‘Peppino’ che a Lampedusa è da sempre  il ‘Virgilio’ di Crialese. Il soggetto? Ancora Gianfranco Rosi, da un’idea di Carla Cattani.

 

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