Sangue del mio sangue – La colonna sonora di Carlo Crivelli

ARTICOLO DI Gianni Canova

Fra tutti i film realizzati da Marco Bellocchio nel nuovo millennio – da L’ora di religione, 2002, a Bella addormentata, 2012Sangue del mio sangue è quello più ossessionato dal tema del vedere. Vedere da vicino, vedere da lontano, vedere dal buco di una serratura, vedere quasi nel buio, vedere dal piccolo rettangolo lasciato nel muro dietro cui una donna viene sepolta viva. Quasi sempre nel film c’è qualcuno che spia qualcun altro. Qualcuno che osserva, che scruta, che guarda. C’era da aspettarsi, con una così forte tematizzazione del guardare, che Bellocchio enfatizzasse anche quell’uso di immagini di repertorio che – sempre da L’ora di religione in poi – è diventato quasi una costante del suo cinema.

Invece no. Per la prima volta, dopo tanti anni, in Sangue del mio sangue non ci sono citazioni filmiche, non ci sono immagini prese da altri film e incastonate dentro la narrazione. In compenso, un po’ a sorpresa, c’è un uso molto forte e intenso di repertorio sonoro. E’ come se Bellocchio questa volta volesse provare a far riposare la memoria filmica per sollecitare piuttosto quella sonora e musicale. Ed ecco allora che la partitura originale del maestro Crivelli è spesso interrotta e contrappuntata da musiche diegetiche dalla provenienza più disparata: per due volte, nella prima e nella seconda parte del film, risuona il brano dei Metallica Nothing Else Matters nella versione eterea dei belgi Scala & Kolacny Brothers, ma poi ci sono anche – sempre cantati da personaggi del film – brani della tradizione popolare italiana come Torna a Sorrento e canzoni della Prima Guerra Mondiale come Sul ponte di Perati e Tapum. L’effetto è spiazzante: mentre gli archi del maestro Crivelli accompagnano le scene madri del film, dalla prova del fuoco a cui è sottoposta la monaca nella parte seicentesca fino al mal di denti del conte-vampiro nella parte contemporanea, il repertorio crea connessioni inattese, apre prospettive laterali, fa irrompere l’imprevisto nella scansione prevedibile del tempo. Perché è il tempo il vero protagonista di Sangue del mio sangue: sospeso com’è fra l’eterno ritorno del cavaliere Federico Mai (Mai: il tempo che non può cessare di scorrere, che non ha fine) e la stanca presenza del conte Basta (Basta: l’interruzione brusca, la frattura agognata, la promessa di un’interruzione), Sangue del mio sangue è un’irridente elegia di morti viventi. Una danza macabra di sopravvissuti. Un carnevale di immortali mascherati. Che si danno appuntamento a Bobbio, perché Bobbio è il mondo. Che maschera ha oggi l’Inquisitore del ‘600 che voleva murare viva una donna solo perché colpevole di aver amato? TAPUM. TAPUM. TAPUM. And nothing else matters. E non importa nient’altro.