Cannes: la grande amarezza… Ma viva la qualità del cinema italiano

CANNES – Doveva essere l’anno dell’Italia? Proprio quest’edizione, con la giuria capitanata dalla presidenza ‘gemella’ (dei Coen) e senza un giurato italiano, passerà invece alla storia di Cannes per aver celebrato la Francia, che con cinque film in concorso (non tutti memorabili) porta a casa la Palma d’oro –andata a Dheepan di Jacques Audiard – e altri due premi di quelli che, non solo la stampa ma, in generale, il popolo dei grandi Festival, considera “pesanti”: per il miglior protagonista maschile, Vincent Lindon (La loi du marché) e per la migliore attrice, Emmanuelle Bercot (Mon Roi di Maiwenn), un film che aveva in realtà colpito il pubblico del Festival per Vincent Cassel più che per la performance della sua co-protagonista.

Rien de rien, ormai lo sanno tutti, come si dice in Francia, per l’Italia d’autore che è rimasta ingiustamente a bocca asciutta. E dire che proprio gli italiani, nel corso del Festival,  hanno tenuto alta la qualità di Cannes. Forse perfino più dei cinque titoli francesi. Mia madre aveva fatto il pieno di “palmette” su Le Film Français, la stampa americana ha ‘tirato’ da subito per Youth – La giovinezza, che ha fatto anche il pieno di vendite estere con la prenotazione di ben 75 Paesi. Un vero record. E il Festival è stato conquistato, al primo giorno, proprio dal cast stellare del Racconto dei racconti di Matteo Garrone. Per loro faranno certamente giustizia altri appuntamenti internazionali: i prossimi Oscar®, perché no, o magari prima ancora gli EFA, supremi riconoscimenti del grande cinema europeo.

Certo quest’anno Cannes non è stata alla fine –per dirla con i Coen- un Paese per gli italiani, ma le giurie sono da sempre imprevedibili e i Festival sono luoghi  dove fino all’ultimo non c’è alcuna certezza: cinque anni fa proprio Jacques Audiard vinse il Grand Prix con Il profeta, a cui qualcuno avrebbe dato allora la vittoria; tre anni dopo non ebbe niente con Un sapore di ruggine e ossa. Ora vince, con una sorta di risarcimento, con un film bel film, storia di una finta famiglia che approda nella violenza della banlieue parigina dallo Sri Lanka infiammato dal conflitto sociale. L’ex soldato Dheepan, che dà il titolo al film, si è visto strappare e uccidere moglie e figli e sembra un perseguitato dal destino al quale non riesce a sfuggire. E anche il suo protagonista, Antonythasan Jesuthasan, è un ex ragazzo soldato tra i guerrieri Tamil arrivato in Francia  nel ’93 e oggi è uno scrittore. Un quadro perfetto per una Palma politically correct. Tra i riconoscimenti, Hou Hsiao Hsien ha avuto il Premio per la regia per il suo duro iper-estetizzante The Assassin. E l’opera prima dell’ungherese Laszlo Nemes, data per una perfetta candidatura alla Camera d’or, ha addirittura conquistato il Grand Prix, con l’orrore di un lager in cui un sonderkommando cerca di dare sepoltura al cadavere del figlio.

A dir poco sconcertante è stato però  l’ex aequo tra Rooney Mara di Carol (di Todd Haynes) che avrebbe potuto ambire alla Palma e la prova di Emmanuelle Bercot, in Mon roi di Maïwenn dov’era piaciuto soprattutto Vincent Cassel. Pienamente condivisibile il premio a Vincent Lindon, per La loi du marché di Stephane Brizè, anche se il più candidato al premio era proprio Michael Caine, grandissimo nel film di Sorrentino. Infine: al messicano Michel Franco il premio alla sceneggiatura di Chronic, con Tim Roth infermiere che si occupa di malati terminali. E al greco Yorgos Lanthimos, che aveva vinto Un Certain Regard, il Premio della Giuria con The Lobster: un premio condiviso dai più. Il premio della regia – almeno – avrebbe potuto gratificare uno dei tre italiani ma è andato invece a un altro film, certo importante (per un momento proprio Hou Hsiao Hsien per The assassin, sembrava potesse avere, nelle previsioni, proprio sul gusto dei Coen, proprio la Palma d’oro). Avrebbe messo tutti d’accordo, forse, in alternativa a Audiard (o a uno dei nostri)  Carol, ma la giuria perfino per la Palma all’attrice ha scelto l’altra metà della coppia dimenticando – colpevolmente e ingiustamente – Cate Blanchett (sarebbe divertente se i Coen un giorno avessero voglia di proporle un loro film…) proprio come ha ignorato un mostro sacro europeo e internazionale come il grandissimo Michael Caine di Sorrentino, per non parlare, tra I francesi, anche di Depardieu o Vincent Cassel.

Ultima notazione: per Sorrentino in particolare o per Moretti, il più amato dei nostri tre dalla critica francese, neanche il premio alla sceneggiatura che – dolore per dolore – allo sguardo realistico e non solo commovente di Mia madre ha preferito Chronic del messicano Michel Franco che parla di una ‘fine’ assistita, con Tim Roth tra i malati terminali. Cannes chiude i battenti battendo bandiera francese.

Il cinema italiano intanto si rifà in sala…

Cover image: 474643210 / Getty Images