44 Child – Il bambino numero 44. Il montaggio di Pietro Scalia e Dylan Tichenor

ARTICOLO DI Gianni Canova

Avete idea di quanti km ci siano fra Mosca e Rostov? Google dice 1073. Per percorrerli – a occhio – ci vogliono come minimo parecchie ore di auto e almeno due ore di volo. Ma allora com’è possibile che nel finale di Child 44 l‘ufficiale stalinista che appare miracolosamente nei boschi attorno a Rostov se ne stesse nel suo ufficio di Mosca appena 10 minuti prima, quando era iniziato l’inseguimento che lui arriva a concludere? Delle due l’una: o il nostro è un supereroe (ipotesi che il film non legittima…) o qualcosa nel film non funziona.

Ora: so benissimo che nei noir o nei thriller – da La fiamma del peccato a Intrigo internazionale – l’ultima cosa che bisogna cercare se ci si vuol divertire è la verosimiglianza. E tuttavia in un film come Child 44 – che pure mette in scena un soggetto bellissimo: un serial killer (“il mostro di Rostov”) che uccide bambini in un regime in cui il potere pretende che non ci siano delitti e che non esista più il Male – le cose che non funzionano sono un po’ troppe. Ce ne sono anche molte che funzionano, beninteso, e tengono lo spettatore con il fiato sospeso. E però: com’è possibile che nel finale l’ufficiale interpretato da Tom Hardy e la sua compagna Raissa (Noomi Rapace) si mettano a inseguire a piedi il serial killer che fugge in auto e riescano a raggiungerlo senza nemmeno farsi venire il fiatone? O ancora: com’è che quando i due antagonisti lottano nel fango manco fossero virtuosi del wrestling in un’inquadratura uno dei due è a terra e nell’inquadratura successiva è in piedi alle spalle del suo avversario?

Misteri del montaggio. Licenze del montaggio. Scricchiolamenti del montaggio? I montatori del film sono due, e sono entrambi pezzi da novanta: il nostro Pietro Scalia, montatore di fiducia di Ridley Scott, già Oscar per il montaggio eccezionale di JFK e di Black Hawk Down, oltre che candidato all’Oscar per Will Hunting e Il gladiatore, e Dylan Tichenor, candidato all’Oscar per il montaggio di Il petroliere e di Zero Dark Thirty. In alcuni momenti del film la mano e l’occhio di questi due campioni assoluti si sentono e si vedono: i pochi minuti sulla caduta di Berlino nel 1945 hanno un ritmo, una forza e una velocità degna – appunto – di Black Hawk Down e fanno pensare a un intervento diretto di Scalia, mentre altre sequenze – come l’indugio sul fascicolo informativo che viene consegnato al protagonista, o la tensione durante l’esecuzione iniziale alla fattoria – richiamano momenti analogamente tesi allo spasimo in  Zero Dark Thirty e lasciano presumere l’intervento di Tichenor.

Che sia la doppia mano a non funzionare? Cos’è successo al montaggio? Chi è intervenuto prima e chi dopo? Perché un film che in alcuni momenti sa usare il montaggio per far respirare il racconto, e per dargli corpo e identità, altre volte commette errori tanto banali? Forse, l’unico che potrebbe rispondere è Ridley Scott, che del film è produttore e che ha scelto personalmente sia il regista svedese Daniel Espinosa (Snabba Cash, Nessuno è sicuro) sia i due campioni del final cut.