Mia madre – La colonna sonora

ARTICOLO DI Gianni Canova

A suo modo, Mia madre di Nanni Moretti è anche un film sui mestieri del cinema. Ci sono tutti, e si vedono all’opera: non solo regista e attori ma anche costumista, truccatrice, segretaria di produzione, sceneggiatore, aiuto regista, produttore esecutivo, direttore della fotografia, e via dicendo. Manca solo il musicista, l’autore della colonna sonora.

Non c’è sul set del film che Margherita (Buy) sta girando nella finzione del film di Moretti, ma non c’è neanche nei titoli di testa del film che Moretti ha girato su Margherita Buy che sta cercando di girare un film. Eppure, Mia madre comincia – quando ancora lo schermo è nero, sui titoli di testa – con alcune vibranti note di pianoforte che torneranno altre volte nel corso del film. E la musica avrà un ruolo determinante nella costruzione delle scene e nello stesso impianto (e impatto…) drammaturgico della storia.

Il fatto è che Mia madre è un film privo di brani originali composti appositamente: la colonna sonora, di fatto, è una “compilation” di brani già esistenti. L’unico altro film di Moretti costruito solo con brani di repertorio, e senza l’aiuto di un musicista/compositore come Franco Piersanti o Nicola Piovani, è Aprile. Ma non è un caso: qui come là il personaggio interpretato da Moretti porta il suo nome di battesimo (Giovanni) e mette in scena un’intensa e irripetibile esperienza autobiografica (rispettivamente la nascita del figlio e la morte della madre).

Nella colonna sonora di Mia madre la parte esclusivamente strumentale è affidata o a un quartetto d’archi di Philip Glass o, soprattutto, alle musiche di Arvo Part, che è presente con ben otto brani (tra cui Cantus in memory di Benjamin  Britten e Tabula rasa), e che viene usato da Moretti con funzione di cerniera fra la realtà e i momenti di sogno, di incubo o di ricordo. C’è sempre la musica, ad esempio, quando Margherita sogna: è la musica che cuce il salto dalla dimensione realistica a quella onirica e che accompagna e rinsalda poi il ritorno alla dimensione della realtà.

Esemplari, ad esempio, la scena in cui la protagonista sta caricando la lavatrice e vedendo del sangue sulla vestaglia della madre scivola sulle note di Part in un doloroso ricordo del passato, o ancora quando immagina – ma è solo un  incubo – che la madre sia fuggita dall’ospedale. Come in tutti i suoi film precedenti, anche qui Moretti inserisce con effetto superbo alcune canzoni già esistenti, come la struggente Famous Blue Raincoat di Leonard Cohen o Baby’s Coming Back to Me di Jarvis Coker nel flashback/visione in cui Margherita immagina di andare al cinema Capranichetta di Roma e di incontrare il passato nascosto tra la fila interminabile di spettatori che sono in coda per entrare a vedere il film (Il cielo sopra Berlino?).

Nell’immancabile scena di ballo, questa volta John Turturro (nei panni del capriccioso divo hollywoodiano che non riesce a imparare a memoria le battute del copione) danza con la sua truccatrice sulle note di Charisma, un brano di Cinzia Dont e Isabella Colliva. Ma l’apice della funzione della musica è nella scena in cui i protagonisti cantano insieme mentre sono in auto. Anche questo è ormai un topos del cinema di Moretti: in La stanza del figlio i personaggi cantavano in coro Insieme a te non ci sto più di Caterina Caselli, qui intonano a squarciagola il refrain di Bevete più latte, la marcetta-jingle scritta da Nino Rota per Le tentazioni del dottor Antonio di Federico Fellini. “Bevete più latte/il latte fa bene/il latte conviene/a tutte le età/”: quella che in Fellini era la parodia della canzoncina pubblicitaria, in Mia madre diventa paradossalmente un possibile elemento di comunione fra personaggi che fanno fatica a comunicare con altri mezzi.

Ancora una volta la musica e il canto sono i linguaggi più adatti a rompere le diffidenze e ad accomunare le differenze linguistiche, caratteriali ed emozionali. Anche se nei titoli di testa il musicista non è neppure menzionato, la musica è uno degli elementi imprescindibili nel funzionamento di Mia madre. Ma non sempre, in un film, i mestieri che contano sono necessariamente quelli più visibili. Anzi: in un film quello che conta, spesso, è quello che non si vede.