Berlinale 65: stelle, autori e libertà.

ARTICOLO DI Laura Delli Colli

Il Cavaliere di Malick in fuga dal successo

Binoche e Kidman per cominciare, Lea Seydoux, Rampling, Natalie Portman, con l’attesissimo Christian Bale, per siglare il primo giro di boa della Berlinale 65 che ha visto brillare per un giorno anche le piccole stelle, italiane, della giovanissima Sara Serraiocco e di Alessandra Mastronardi, lanciatissima internazionalmente dopo Woody Allen.

Un week end speciale, con grande cinema, aspettando Wenders e anche l’Italia di Vergine giurata, quello che a Berlino, soprattutto, ha raccontato come il successo può fare (molto) male con la storia maledetta di una rockstar come Kurt Cobain, quella effimera di un ragazzo degli anni Cinquanta, sempre molto amato, come James Dean e il tormento esistenziale, nel nuovo attesissimo film, a quanto pare già in pole position per l’Orso d’Oro, di Terrence Malick, di un protagonista dello show business, in crisi d’identità, interpretato da un malinconico, affascinante Christian Bale.

 

Un ‘vampiretto’ tra le ragazze italiane

Se Kidman ha fatto parlare più di sé e della sua immagine algida che del film di Werner Herzog in concorso (La Regina del deserto) ha incuriosito, sul red carpet gelato del Festival, la Mastronardi-Pierangeli brevemente hollywoodiana nel film su James Dean e ha convinto il pubblico dei ragazzi anche la ‘nostra’ piccola Sara Serraiocco, brava protagonista di Cloro (il film d’esordio di Lamberto Sanfelice, arrivato dal Sundance).

Il film è Life, regista olandese. E la Mastronardi ‘duetta’ con Dane DeeHann, anche se a far notizia è soprattutto chi interpreta il grande amico di Jimmy Dean, il fotografo della Magnum che è Robert Pattinson, proprio il vampiretto sexy che ha conquistato le ultime generazioni di ragazzine di tutto il mondo. Decisamente meno patinati Cloro, che racconta il sogno di Jenny di prendere parte ai campionati di nuoto sincronizzato ma è costretta a cambiare paesaggio (e piscina) per una tragedia familiare. E la piccola storia di un altro adolescente in crisi: il protagonista di Short Skin di Duccio Chiarini, alle prese con una malformazione che gli impedisce di vivere serenamente la sua sessualità: un piccolo dramma intimo che sigla l’esordio di un regista già interessante in ‘corto’.

 

Bale e Portman per Malick

Ma, non c’è dubbio, la pellicola ‘regina’ di queste prime giornate berlinesi è Knight of Cups di Malick: racconta di un protagonista realizzato e di successo che, però, come Bale ha  spiegato (anche a nome del regista, tradizionalmente lontano dai red carpet) dentro di sé sente un grande vuoto. “È sempre nei posti giusti ma non ha trovato la sua strada” dice. “Come il principe della favola che gli leggeva suo padre da bambino e che dà il titolo al film, va in Egitto a cercare una perla ma, una volta lì, dimentica il suo scopo e cade in un sonno profondo. Nel film il regista de La rabbia giovane e La sottile linea rossa, ha voluto anche Cate Blanchett, Frieda Pinto e Imogen Poots, Antonio Banderas, e anche un cameo del ‘vecchio’ Ryan O’Neal.

“Rick compie il suo viaggio a Los Angeles, ma il senso del racconto è universale: cercare qualcosa senza sapere cosa, andando avanti tra errori e scelte giuste e sbagliate, trovare la spiritualità dove non ci si aspetterebbe muovendosi intorno al grande vuoto che si sente” ha detto Bale, che nel film però non pronuncia una battuta. E anche Natalie Portman, che appare solo alla fine, dice che, al ritorno in scena dopo la sua prima maternità, la sua è stata con Malick “un’esperienza breve ma molto intensa e importante”.

 

Il fascino maledetto di Cobain

Sempre in questo week end, a proposito di tormenti ed estasi (anche artificiali) ha debuttato in Panorama Dokumente il primo documentario autorizzato su Kurt Cobain, leader dei Nirvana, protagonista della scena musicale degli anni Novanta. Il film, prodotto dalla figlia di Cobain e Courtney Love, Frances Bean Cobain, apre il suo archivio personale, in gran parte inedito: pensieri, parole, musica, foto e filmati mai visti, interviste ad amici e familiari. Brett Morgen ha lavorato dal 2007 al suo documentario su Cobain e anche Montage of Heck arriva alla Berlinale dopo la prima al Sundance, firmato dal documentarista americano di Crossfire Hurricane, il film dedicato ai Rolling Stones, realizzato sul loro archivio, per il 50esimo anniversario della band. Montage of Heck comprende performance inedite dei Nirvana e filmati privati mai visti.

 

La libertà viaggia in Taxi

E infine, con le star e la giovane cinematografia di tutto il mondo, sempre l’impegno. Berlino non tradisce la sua tradizione attenzione alle campagne di libertà: come dice il suo direttore, è un Festival che «dal 1951 lotta per la libertà dell’arte e di opinione e dedica ogni sforzo all’avvicinamento delle culture». Per questo il regista iraniano Jafar Panahi, a cui è proibito viaggiare all’estero, è arrivato comunque a Berlino con Taxi, il terzo film che ha girato dopo la condanna del governo del suo Paese, che gli impedisce dal 2010 di lavorare e di spostarsi all’estero.

Il film, in concorso, è arrivato comunque: è stato interamente realizzato all’interno di una vettura ha portato il regista nelle strade di Teheran, disegnando un ritratto collettivo, ricostruito attraverso le storie dei tanti sconosciuti che salgono su quel taxi. Un ennesimo manifesto per la libertà. Kosslick del resto ha aperto l’introduzione alla rassegna con un riferimento alla strage di Parigi, ma anche all’”immigrazione forzata, all’omofobia, alle torture”. Alle tragedie nella grande tragedia del nostro tempo, la guerra insomma. Contro tutto questo, anche quest’anno, ha detto il Direttore della Berlinale, “registi e artisti invitati alla Berlinale prenderanno posizione, attraverso le loro opere”. L’iraniano Panahi lo ha già fatto con Taxi.

 

Copertina: 462846008 / Getty Images