Vent’anni senza Volonté

Quanto è cambiata l’Italia negli ultimi vent’anni? Molto, moltissimo. Nonostante un apparente immobilismo politico ed economico, con scandali di corruzione che ricordano la Tangentopoli dei primi anni Novanta, il Belpaese si è trasformato.

Un uomo del cinema avrebbe colto perfettamente tutte le sfumature, le amarezze, le disillusioni, le speranze dei cittadini: Gian Maria Volonté.

Nato a Milano il 9 aprile del 1933, trascorse un’infanzia difficile e infelice per via delle precarie condizioni economiche della famiglia. Il padre Mario, fascista al comando della Brigata nera di Chiasso nel 1944, morì in carcere in circostanze ancora ignote. Ufficialmente si trattò di suicidio anche se la morte fu probabilmente causata dalle percosse ricevute dietro le sbarre. La madre, Carolina Bianchi, apparteneva invece a una benestante famiglia di imprenditori meneghini.

Volonté lasciò presto gli studi, come tanti sui coetanei. A 14 anni si trasferì in Francia per raccogliere mele, per poi ritornare in Italia dopo soli venti mesi. Scoprì la letteratura quasi per caso. Divorò libri di Camus e Sartre, trovò un piccolo impiego a teatro come guardarobiere prima di iscriversi all’Accademia di arte drammatica ed entrate di diritto tra i più grandi interpreti italiani del grande schermo e della televisione.

Dal 1964 al 1994, anno della sua morte, Volonté riuscì a rappresentare tanti personaggi distinti, ognuno dei quali elevati da un eccellente prova artistica. Cambiò anche l’approccio alla recitazione e si permise il lusso di rifiutare molte parti ritenute non in linea con le sue idee politiche o culturali.

Sergio Leone lo volle come co-protagonista, insieme a Clint Eastwood, in Per un pugno di dollari, considerato dalla storia cinematografica il punto di riferimento del genere spaghetti-western.

Dal lontano Ovest Volonté spiccò il volo: l’anno successivo tornò a lavorare con Leone per Per qualche dollaro in più, ma è nel 1970 che il volto dell’attore milanese si unì a quello del dirigente di polizia de Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, diretto da Florinda Bolkan, vincitore del Grand Prix Speciale della Giuria al 23º Festival di Cannes e del Premio Oscar al miglior film straniero 1971. Un capolavoro.

La fama gli permise di spingersi nel cinema politico più impegnato. Erano gli anni delle rivolte universitarie, dell’arrivo delle Brigate Rosse, dell’anarchismo. Volonté fu il Tenente Ottolenghi di Uomini contro di Francesco Rosi e Bartolomeo Vanzetti in Sacco e Vanzetti, pellicola di Giuliano Montaldo sul racconto reale dei due anarchici italiani emigrati negli Stati Uniti a inizio Novecento. Nel 1971 con Elio Petri in regia interpretò Ludovico Massa (Lulù) in La classe operaia va in paradiso.

Volonté tornò a lavorare con Rosi in Il caso Mattei, film dedicato alla figura dell’ex presidente dell’ENI, ucciso in un attentato aereo il 27 ottobre 1962 e con Marco Bellocchio ne Sbatti il mostro in prima pagina.

Rifiutò di lavorare con Francis Ford Coppola ne Il Padrino e con Bernardo Bertolucci per Novecento mentre accettò il ruolo che gli propone Risi in Cronaca di una morte annunciata.

Riceve il Leone d’Oro alla carriera nel 1991 prima di morire, stroncato da un arresto cardiaco durante le riprese in Grecia di Lo sguardo di Ulisse di Theo Angelopoulos.

L’attore che incarnò un’epoca ci ha lasciato molte gemme da custodire con cura. Prendere il testimone di un personaggio così carismatico è molto difficile.

Chi sta tracciando la sua parabola artistica in questa direzione è Pierfrancesco Favino: dal ruolo di Ambrosoli per Qualunque cosa succeda a quello di Pinelli in Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana nonché quello del Libanese in Romanzo criminale, l’attore romano può considerarsi il degno erede di un attore che ha fatto la storia del cinema italiano.