Michael Moore contro il sistema

Ha aperto gli occhi al mondo sulla strage di Columbine e sul ruolo delle armi e della violenza sul suolo americano. Si è scagliato, con toni provocatori e irriverenti, contro l’amministrazione di George W. Bush per le sue politiche deficitarie contro il terrorismo post 11/9. Si è fatto tanti nemici, in Patria e fuori, ma anche vinto un Oscar e una Palma d’Oro a Cannes proprio per il suo marcato spirito di ricerca e condanna.

Michael Francis Moore, il più famoso documentarista a stelle e strisce degli ultimi vent’anni, dopo aver conquistato il grande pubblico non ha certo perso la sua “rabbia giovanile”. L’uomo dal non invidiabile peso, occhiali e cappellino sempre in testa, si è scontrato a viso aperto con le lobby più potenti dell’altra sponda dell’Atlantico: quella delle armi, delle banche, della politica e del “sistema”.

Nato sessant’anni fa a Flint, in Michigan, sembrava destinato a seguire le orme di nonno e papà, oltre che di centinaia di lavoratori della periferia di Detroit, ovvero quella di andare a lavorare per le tre grandi industrie dell’auto (la famiglia era alla GM). Ma il lavoro in catena di montaggio non faceva per lui. Dopo un trascorso all’Università e un periodo in California, parte da casa per raccontare la realtà con una macchina da presa.

Lo spunto è presto trovato: il licenziamento in massa e la chiusura dello stabilimento di Flint proprio della GM. Moore vuole intervistare il Presidente della società, Roger Smith, per mostrargli i danni causati alle famiglie; tutti i tentativi di colloquio con il capo di Detroit fanno però un buco nell’acqua. Moore decide allora di realizzare un documentario, Roger and Me, descrivendo l’impossibilità di un colloquio con Smith. Con un budget di meno di 200.000 dollari – tutti i suoi risparmi – incassa oltre 6 milioni, il primo di una lunga serie di successi.

Tra cinema, televisione e alcuni libri si arriva alla completa maturazione all’inizio del 2000. Lo spunto, in questo caso, non fu un evento finanziario bensì una strage di ragazzi nella scuola di Columbine, a Littleton (Colorado), nella quale persero la vita 12 studenti e un insegnante, oltre ai due studenti responsabili della carneficina. Moore entrò a gambe tese contro la lobby delle armi ma spiegò anche come politica, televisione e società ebbero la loro parte di responsabilità. Il film, Bowling of Colombine, uscito nel 2002, vinse il Premio Oscar. Sul palco del Kodak Theatre non si lasciò scappare l’occasione di urlare tutto il suo odio verso il Presidente Bush, responsabile della guerra in Iraq iniziata poche ore prima.

Solo un antipasto di Fahrenheit 9/11, il secondo successo dell’uomo del Michigan. Qui Bush non è più sullo sfondo ma è il protagonista della fitta rete di legami, economici e politici, della sua famiglia con quella dei Bin Laden, il ricercato numero uno dopo l’attentato contro le Torri Gemelle di New York. Come è facile immaginare la pellicola divise profondamente il Paese: per alcuni Moore era la nuova icona del giornalismo, capace di affrontare a muso duro il più importante uomo del mondo; per altri era solo un fanatico e un visionario. Moore, da par suo, se ne fregò a continuò la sua campagna di verità. La Croisette di Cannes gli rese omaggio con la Palma d’Oro del 2004.