Un andaluso a Bilbao

Ocho apellidos vascos è il campione d’incassi assoluto in Spagna fin dal giorno del suo debutto sul grande schermo. Una commedia leggera e divertente (divertentissima) che unisce le tradizioni e lo spirito partecipativo di Dani Rovira, andaluso di Siviglia, e la freddezza della basca Clara Lago. Una commedia che mischia un matrimonio saltato e poi “reinventato”, il ritorno di un padre lontano e l’invenzione di una madre del Sud trapiantata in un paesino al Nord.

Elementi perfetti che si permettono anche di deridere i nuovi combattenti dell’ETA, visti più come anacronistici antagonisti di Madrid piuttosto che pericolosi criminali sanguinari, fare il verso ai tanti modi di dire del popolo dell’Euskadi e della loquacità degli abitanti del caldo Sud.

Questa volta non ci sono postini spediti in filiali lontane centinai di chilometri da casa e nemmeno poliziotti di confine tra Francia e Belgio. Semplicemente c’è una ragazza abbandonata prima di convogliare a nozze che passa la sua despedida, ovvero l’addio al nubilato, in un bar di Siviglia, dove incontra fugacemente un ragazzo. Per lei è una serata come le altre, per lui il grande amore.

Ocho apellidos vascos, pellicola diretta da Emilio Martínez-Lázaro, è l’ultimo esempio (ben riuscito) delle due anime di un Paese descritte al cinema. L’incontro tra Nord e Sud, con personaggi così lontani ma che condividono lo stesso territorio.

Leggendario, con tutti i dovuti paragoni del caso, fu l’esempio di Totò e Peppino a Milano nel loro Totò, Peppino e… la malafemmina mentre chiedono le informazioni a un vigile sotto le guglie del Duomo. “Ma tu ci credi? – disse Totò – ‘Sto paese è così grande che io non mi raccapezzo”. Due minuti di dialogo, tra il paradossale e il divertito, per descrivere due uomini che cantano lo stesso inno nazionale ma forse non si conoscono ancora così bene. Era l’Italia del Dopoguerra, della prima immigrazione dal basso, del cambiamento generazionale. La fredda Milano che accoglie il calore napoletano. Anni più tardi le seconde generazioni hanno “mischiato” tradizioni ed usanze seppur non eliminato completamente le differenze.

Giù al Nord fu la versione francese del racconto del territorio transalpino. Philippe Abrams, funzionario delle poste in Provenza, finge un’invalidità per ottenere il posto a Cassis. Viene scoperto e spedito “per punizione” a Bergues, il punto più al Nord del paese, giusto vicino al confine con il Belgio, la pioggia che non smette mai di cadere e l’antipatia della gente. Claudio Bisio e Alessandro Siani ne fecero il remake per le sale italiane.

Ocho apellidos vascos deride le botteghe scure e fredde di Bilbao e l’idea d’indipendenza del popolo che parla una lingua completamente diversa dal castellano di Madrid. Un tempo un film così avrebbe fatto molta fatica a trovare un produttore, un distributore e soprattutto l’apprezzamento di un popolo. Tutto l’opposto di quello che sta succedendo. C’è la fila, da Victoria a San Sebastian, per essere presi in giro da un andaluso (come se tutti i piemontesi facessero la fila per essere sbeffeggiati da un ragazzo di Trapani). Tutto questo è possibile grazie all’evoluzione dei pensieri delle nuove generazioni e del silenzio del corpo armato che ha causato, è bene ricordarlo, oltre 800 morti in 40 anni.

Totò rideva dell’Italia, Philippe della Francia, ora Dani lo può fare della Spagna. In Germania, anni fa, trionfò Good bye Lenin!, una commedia sulla fine del blocco Est-Ovest all’intero della Berlino pre-caduta del muro. Una donna sprofondata in coma prima del 1989 riaprì gli occhi solo quando occidentali e orientali non erano più separati da una cortina di ferro e cemento. Il figlio (Daniel Brühl) dovette evitarle brutti traumi, lei donna fedelmente convinta della cultura socialista. E così anche la Coca Cola divenne una bevanda del popolo e non il diavolo di Atlanta.

Come disse Totò: “Noio… volevam… volevàn savoir… l’indiriss…”