American Hustle – La femme fatale dell’inganno

Un famoso detto sportivo calza a pennello anche nel mondo cinematografico: squadra che vince non si cambia. È quello che deve aver pensato David O. Russell, regista di American Hustle – L’apparenza inganna. Dopo i favolosi successi al botteghino per Il lato positivo, ripropone sul grande schermo il duo Bradley Cooper e Jennifer Lawrence. In questo caso non c’è nessun Patrick “Pat”, solitario uomo bipolare abbandonato dalla moglie e nessuna Tiffany, giovane donna problematica con la passione per la danza.

American Hustle, pellicola ambientata a metà degli anni ’70 tra New York e il New Jersey, racconta la vicenda reale dell’operazione Abscam, un progetto segreto creato dall’FBI, per indagare sulla corruzione dilagante e sfrenata nel Congresso degli Stati Uniti e in molte organizzazioni governative. Nel cast, a fianco del duro Cooper-Lawrence ci sono Christian Bale, Robert De Niro (solo un piccolo cameo) e Amy Adams.

Il collante di tutta la pellicola, come negli altri lavori di Russell (The Fighter e Il lato positivo), è la figura femminile. Grazie alla sua interpretazione come Tiffany Maxwell, la Lawrence vinse la statuetta come miglior attrice lo scorso anno. Quest’anno ha già portato a casa quella dei Golden Globe come attrice non protagonista e, a farle compagnia, ci ha pensato la Adams, miglior figura femminile sempre per la giuria dei Globe.

È lei la vera sorpresa del film. Sì, perché in molti identificano Russell come un regista dal successo sicuro. Così come in molti amano le interpretazioni sul grande schermo della Lawrence, seppur giovane attrice ma “veterana” di Hollywood. Il duo Cooper-Bale, sulla carta e leggendo la trama era esplosivo. Dal vivo è ancora meglio.

Lei, Amy Adams, nata in Italia (a Vicenza) da genitori americani, una famiglia mormone con sette fratelli, un passato da serie televisive come StregheSmallville, passata al cinema in piccole parti in Prova a prendermi di Spielberg prima dei successi di Junebug e Il dubbio, si cala questa volta in un ruolo tanto delicato quanto affascinante: la femme fatale, la donna che riesce a piegare qualsiasi uomo grazie alla sua carica sensuale.

Lo sconfinamento, come facile immaginare, verso una donna dai facili costumi o eccessivamente “costruita a tavolino” era molto forte. Amy, in American Hustle, riesce a trasmettere quella carica ormonale senza mai oltrepassare la volgarità. Una donna sexy e pericolosa, come Cameron Diaz in The Counselor oppure Scarlett Johansson in Match Point di Woody Allen. Il New York Times, senza troppi giri di parole, l’ha incoronata così: “Una principessa che ha trovato il suo lato oscuro”.

Non sono solo rose. In molti, soprattutto i più critici della pellicola, hanno visto nel duo maschile scelto da Russell la copia sbiadita di Jonny Depp e di Benicio Del Toro in Paura e Delirio a Las Vegas. Altri, forzando un po’ la mano, hanno paragonato il lavoro (con dure critiche) a La Stangata con Paul Newman e Robert Redford, un altro film di truffati e truffatori. Le storie sono profondamente diverse, la somiglianza non deve ingannare.

Per chiudere, ma solo in ordine cronologico e non d’importanza, i costumi e la colonna sonora. Accurati dettagli sulla scena estetica degli Anni ’70 Made in USA sono stati affiancati da note di rock e disco-music che hanno fatto impazzire generazioni intere.

Un altro colpo da novanta di Russell, nuovo Re Mida di Los Angeles. Sarà il Re Mida degli Oscar?