Il capitale umano, una tragedia all’italiana.

Ha letteralmente fatto infuriare i cumenda della Brianza, gli uomini del tutto lavoro&lavoro, sette giorni su sette, trecentosessantacinque giorni all’anno. A tal punto che il Presidente della piccola ma ricca Provincia alle porte di Milano ha tuonato: “Il regista restituisca i soldi incassati dal Ministero”.

Il regista in questione è Parlo Virzì. Il Presidente della Provincia si chiama Dario Allievi. Il tema del contendere è Il capitale umano, l’ultimo lavoro del regista di Ovosodo.

Perché tanto clamore? Presto detto. Il film traccia un quadro a tinte fosche, foschissime, della piccola borghesia lombarda, un oscuro ritratto di una parte dell’Italia. Il lavoro mette a confronto due famiglie, tra menzogne e segreti, anche se il vero protagonista non ha un volto bensì un nome: il denaro.

È lui il motore che ha alimenta, secondo l’autore livornese, sfruttatori e sanguinari, ipocriti e truffatori. Gli Ossola e i Bernaschi, i nomi delle due famiglie, si rincorrono nel film, suddiviso in quattro capitoli, tra ipocrisie e debolezza. Tutti saranno coinvolti nella scena iniziale, quella di un tamponamento tra una Jeep scura e un ciclista. Tutti affronteranno il tema del denaro.

Una frase, pronunciata dalla bravissima Valeria Bruni Tedeschi (Carla Bernaschi nel film), racchiude l’essenza della pellicola. Parlando dell’Italia recita così al marito: “Avete scommesso sul suo fallimento e ci siete riusciti”. Il volto di un Paese corrotto.

Virzì non fa nulla per nascondere il suo desiderio di descrivere un ventennio di volgarità morale e di prepotenza finanziaria, non solo Made in Brianza. Una commedia che è però finita poiché sono emerse tutte le zone d’ombra, tutte le messinscena di una élite che non riesce più a nascondere di essere criminale. In questo senso, senza entrare nel tema della polemica, capiamo gli imprenditori di Lissone o Cantù che si sono ribellati a questo ritratto a tinte criminali.

Il film di Paolo Virzì e dei co-sceneggiatori Francesco Bruni e Francesco Piccolo riprende il romanzo omonimo dell’americano Stephen Amidon. Al posto del Drew Hagel del libro ora c’è Dino Ossola (Fabrizio Bentivoglio). Agente immobiliare dagli affari malmessi, Dino immagina di risolvere i suoi problemi investendo centinaia di milioni di euro (che non ha) nel fondo azionario del potente e spregiudicato Giovanni Bernaschi (Fabrizio Gifuni). La figlia Serena (Matilde Gioli) è la ragazza di Massimiliano (Guglielmo Pinelli), suo compagno di liceo e figlio del finanziere. Questo a Dino sembra garanzia sufficiente per l’investimento. Un’idea quasi risorgimentale quando, per non combattersi in una nuova guerra sanguinaria, due casate cercavano un matrimonio di pacificazione.

Una tragedia all’italiana, un lavoro che divide. Chi, da un lato, crede che l’ultimo lavoro di Virzì sia il meglio riuscito, non solo per il tema affrontato ma anche per la narrazione in capitoli. Chi, dall’altro, sostiene che sia solo un’unione di luoghi comuni, uno sparare contro una classe sociale italiana, cuore pulsante della ricchezza del Nord.

Delle zona d’ombra ci sono. L’aver incentrato il film in apertura su un giallo (l’incidente in auto) non trova riscontro completo nella trama successiva. Non solo. Il lavoro è un film drammatico ma la recitazione di alcune personaggi converge maggiormente su un approccio da commedia. Questo può generare una piccola confusione tra chi si è seduto in poltrona davanti allo schermo.

Un film comunque coraggioso. In stile Virzì.