Il festival dell’indipendenza

Ci sono tanti modi per descrivere un trentenne: riflessivo e pacato, manager iperattivo, pensatore svogliato. Oppure ribelle e famoso. Le trenta candeline sono pronte sulla torta di compleanno ma a soffiarle non sarà un giovane in camicia e giacca di pelle, con la barba di qualche giorno e le occhiaie sul volto, bensì una Mostra del Cinema: il Sundance Film Festival di Salt Lake City, nello Utah, Stati Uniti d’America.

Nato nel 1978, ha avuto la fortuna (e il merito) di affidarsi alle competenze di un grandissimo uomo del grande schermo, Robert Redford. Con la sua lungimiranza, la manifestazione cinematografica si è trasformata nell’appuntamento mondiale più importante per il cinema indipendente. A Redford è “dedicato” anche il nome della kermesse, nato come Utah/US Film Festival. Sundance Kid, all’anagrafe Harry Alonzo Longabaugh, è stato un bandito criminale gentiluomo a cavallo tra Ottocento e Novecento, interpretato dallo stesso Redford nel film Butch Cassidy di George Roy Hill del 1969.


Da qui sono passati grandi registi internazionali: da Quentin Tarantino, il quale girò Le Iene in sole cinque settimane dopo l’incontro con il produttore Lawrence Bender e lo presentò per la prima volta al Sundance, a Steven Soderbergh chiamato “il ragazzo della generazione Sundance” dopo aver vinto la Palma d’Oro al Festival di Cannes con Sesso, bugie e videotape. Da Jim Jarmusch, considerato uno dei più grandi padri del cinema alternativo, a Robert Rodríguez, vincitore nel 1992 con il lungometraggio El Mariachi, lavoro costato solo 7.000 dollari ma che riscosse un fiume di consensi per un western in stile Sergio Leone.

Più vicino ai giorni nostri, da Utah passarono Jonathan Dayton e Valerie Faris con il loro Little Miss Sunshine, la favolosa storia di una famiglia in viaggio verso la California per permettere a Olive, la figlia minore, di partecipare a un corso di bellezza. Vinse una sfilza infinita di premi, tra cui il Golden Globe per il miglior film e l’Oscar a Alan Arkin come attore non protagonista. Anche l’ex vicepresidente americano Al Gore scelte Salt Lake City per presentare Una scomoda verità, il viaggio all’interno della Terra per mostrare le devastazioni dei cambiamenti climatici degli ultimi anni. Il documentarista Louie Psihoyos portò in scena The Cove nel 2009. La sua descrizione della caccia annuale del delfino in un parco nazionale giapponese gli valse le censure del paese nipponico e l’Oscar come miglior documentario dall’Accademy di Los Angeles.


Non stupisce, dunque, che le richieste di iscrizione di quest’anno abbiano superato le 12.000 unità, segno che registi, produttori e giovani emergenti abbiano capito l’importanza di presentarsi “agli occhi di Redford”. In dieci giorni (dal 16 al 26 gennaio) saranno proposti 117 lungometraggi in anteprima e ben 11 documentari. Una vera gioia per i cineasti.

Fare un elenco di appuntamenti da non mancare è pressoché impossibile. Tracciare un elenco di film più attesi è verosimile. Partiamo da una italiana: Sara Colangelo con Little Accidents, una storia incentrata sui rapporti tra tre personaggi sullo sfondo di un incidente in miniera. Attesissimo A Most Wanted Man diretto da Anton Corbijn, basato sul thriller bestseller di John Le Carré, con Philip Seymour Hoffman (Oscar per Truman Capote nel 2006), Rachel McAdams, Willem Dafoe e Robin Wright. Occhi puntati anche su Ira Sachs, regista di Keep the Lights On, che porta al Festival Love is strange con John Lithgow e Marisa Tomei.

Interesse anche per due black comedy: Calvary, di John Michael McDonagh e Hits, di David Cross. Ultimo, ma non per importanza, l’ultimo lavoro del regista americano di origine giapponese Gregg Araki. Al Sundance sarà possibile ammirare White Bird in a Blizzard, un thriller francese sul racconto di una donna dopo la scomparsa della madre.
Un soffio sulle trenta candeline e si entra in sala.