La mafia uccide solo d’estate, un mix riuscito tra commedia e tragedia.

Lo confessiamo, eravamo un po’ prevenuti davanti all’esordio cinematografico di Pif, al secolo Pierfrancesco Diliberto, l’ennesimo personaggio televisivo in movimento dal piccolo al grande schermo. Ne abbiamo visti troppi, di recente, e davvero in pochi casi si è trattato di cinema, quanto piuttosto di televisione estesa a due ore di durata. Ma ci siamo dovuti ricredere: Pif, come ha dimostrato con il suo lavoro in tv ne Il testimone, è fatto di ben altra pasta. Il suo La mafia uccide solo d’estate è un film sorprendente, ben lontano dalle “solite idiozie” televisive che negli anni scorsi di questi tempi arrivavano al cinema.

Arturo è un bambino che cresce nella Palermo degli anni Ottanta. Da piccolo tarda ad iniziare a parlare (ma il frate che lo ha battezzato dice che non parlare non è un difetto) e comincia a provare una curiosa fascinazione per Giulio Andreotti da quando, in tv da Costanzo, sembra indicargli la via per conquistare Flora, la sua bellissima compagna di classe. Mentre Arturo architetta tentativi sempre più maldestri per catturare l’attenzione di Flora, inizia a fare il piccolo giornalista, dopo aver vinto un premio organizzato con la sua scuola dalla banca. Un po’ per questo, un po’ per caso, incontra una serie di personaggi che diventeranno vittime della Mafia. I loro nomi sono Boris Giuliano, Rocco Chinnici, Carlo Alberto Dalla Chiesa. Poi entreranno in scena Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Pif, che oltre alla regia è Arturo da adulto (Flora da grande è interpretata da Cristiana Capotondi), imprime bene, più volte, forti e chiari, questi nomi sullo schermo. Si tratta di eroi. E vuole dircelo in maniera inconfutabile.

Ed è da questo che si capisce che film sia La Mafia uccide solo d’estate. È un magnifico Cavallo di Troia che usa la commedia per parlare di cose serissime. Le tre “i” di Pif sono ingenuo, irriverente e (finto) imbranato. Ingenuo, perché vediamo la Mafia con lo sguardo di un bambino, che a sua volta assorbe quell’indifferenza mista a superficialità dei genitori, piccolo borghesi per cui la Mafia non esiste o non li riguarda. Irriverente, perché ridicolizza i boss mafiosi, raffigurandoli come rozzi, ignoranti, stupidi, trovando un modo nuovo per dire: non abbiamo paura di voi. E poi Pif fa l’imbranato, e questa è un po’ la sua cifra che conosciamo dalle sue apparizioni in tv. È imbranato con le donne. Ma anche davanti ai politici come Salvo Lima. Ma qui la sua timidezza è un trucco, che fa risaltare la pochezza di personaggi simili. Lo schema di Pif e del suo La Mafia uccide solo d’estate è quello del Candido, o del Forrest Gump che attraversa la Storia con la sua ingenuità per smascherare personaggi e scardinare situazioni.

La Mafia uccide solo d’estate è un riuscito mix tra commedia e tragedia, tra romanzo di formazione e ricostruzione storica, un miracolo in cui i toni, distantissimi tra loro, non stridono mai, ma si amalgamano bene creando qualcosa di diverso da tutto ciò che si è visto finora nel cinema italiano. È un esperimento riuscito, tanto che a Pif si perdona qualche difetto, come qualche calo di ritmo e qualche incertezza nella recitazione, e qualche errore (Ivana Spagna nel 1982 non era ancora uscita). L’Arturo di Pif è il simbolo dell’abbaglio collettivo di un’intera nazione, ingenua come un bambino, che ha creduto per anni ad Andreotti e a un’intera classe dirigente prima dell’amaro risveglio. Sì, siamo stati un po’ tutti Arturo.

Di Maurizio Ermisino per Oggialcinema.net

Oggi al cinema logo