Benvenuto Presidente!

L’ultimo film di Riccardo Milani può ingannare. L’idea di partenza è semplice: per omonimia con il ben più celebre Giuseppe Garibaldi, un bibliotecario di un piccolo paesino montano, appassionato di pesca e guidato da valori semplici e genuini, interpretato da un mai disprezzabile Claudio Bisio, si ritrova Presidente della Repubblica. Incapace di interpretare da solo il nuovo e autorevole ruolo, sarà affiancato da Janis, una Kasia Smutniak rigida e severa, Vice Segretario generale. Si scoprirà solo in seguito del suo passato hippie, come rivela il suo nome, in onore di Janis Joplin, al concerto della quale è stata concepita.

E il tutto avviene a causa di un voto di protesta da parte di tre politici, tre capigruppo di tre non meglio identificabili partiti. Tre avversari in apparenza, in perfetto accordo dietro le quinte per morale, stile di vita e visione del loro ruolo. E qui nasce l’equivoco. Tutta la politica è corrotta. Chi salva l’Italia? L’umile pescatore. Allora è un film che vuole strizzare l’occhio ai Grillini! Se tutti fanno schifo allora ripartiamo da chi con la politica non ha mai avuto nulla a che fare? Io credo che non sia così. E non solo perché il film è stato concepito in un momento in cui era imprevedibile immaginare lo scenario che oggi ci troviamo a vivere, ma soprattutto perché, a guardare bene, quei tre politici, così sbagliati, così ingiusti e irresponsabili non sono l’immagine fedelmente riprodotta della attuale politica italiana.

C’è la scelta volontaria, da parte del regista innanzitutto e da parte delle belle interpretazioni di Cesare Bocci, Beppe Fiorello e Massimo Popolizio in seconda battuta, di non attaccar nessuno, proprio attraverso l’esasperazione, strumento puro della satira. E allora in definitiva il film non parla di niente? No, anche stavolta sarebbe un errore leggerlo così. Quei politici, i loro sotterfugi, la scelta della via più breve per un successo che non meriterebbero raccontano qualcosa. Sono l’immagine grottesca, ingigantita e comica di tutti noi. Dell’Italia della furbizia, della piccola mediocrità quotidiana che tanto ci hanno raccontato al cinema autori come  ad esempio Dino Risi ne I Mostri. Film senza salvezza per il Paese quindi, film che ci ufficializza che siamo senza speranza. Ancora una volta no, perché la figura del presidente, che strizza l’occhio a film come Oltre il giardino  con Peter Sellers o, in un certo senso, a L’uomo dell’anno di Barry Levinson, che salva l’Italia della pellicola, in realtà parla sempre di noi. Di quell’Italia che alla fine ce la fa, di quell’Italia che quando tutto sembra perduto trova nuove energie, nuova forza per riemergere da se stessa e fare la cosa giusta. E allora Milani confeziona una commedia “popolare ma non populista”.

Un film con al centro la politica, ma che in realtà parla di malcostume.  Che non nega di raccontare che alla fine per governare serve mestiere ed esperienza e che i buoni sentimenti non bastano. Che la regola che puoi fare politica solo quando sei ricattabile può essere sovvertita con quella che quando lo diventi dovresti smettere. Ma è anche un film che fa ridere, grazie all’istrionismo degli interpreti principali, a grandi ruoli minori, come la madre di Janis, una hippie ferma agli anni Sessanta, a cui dà corpo e voce Piera degli Esposti o a camei straordinari come i “Poteri forti”, la potenza occulta che tutto vede e dirige, incarnati da  Lina Wertmüller e Pupi Avati. Ma che soprattutto fa pensare. Fa riflettere sul fatto che troppo spesso diamo la colpa alla politica per non vedere la nostra. Che la politica che tanto critichiamo segue le orme ben più profonde di brutte abitudini del Belpaese. E allora alla fine, dopo la colonna sonora che accompagna dolce le immagini, il sorriso nel buio della sala quando Janis torna in sé, rompendo la gabbia di regole e trovando anche l’amore o la soddisfazione di fronte ai fallimenti annunciati del “figlio del pescatore”, quello che rimane quando ci si allontana dalla sala è una domanda: chi scegliamo di voler essere? Più politici o più Presidente? E ci pensiamo cantando Cry baby.

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