Youth – La giovinezza. La sceneggiatura di Paolo Sorrentino

di Gianni Canova

Tutto dipende da come metti il cannocchiale. Da che lente usi per guardare il mondo. Lo dice chiaramente l’anziano regista interpretato da Harvey Keitel ai suoi giovani collaboratori: se lo giri così, e lo punti verso i monti, nello splendido panorama delle Alpi svizzere, il cannocchiale ti mostra tutto vicino, e ti sembra che le montagne ti stiano addosso. Se invece lo giri dall’altra parte, vedrai tutto lontano. Qui, quasi addosso, è il futuro; là, in lontananza, è il passato. Questa scena di Youth – La giovinezza non solo mette a fuoco uno dei temi-chiave del nuovo film di Paolo Sorrentino (il tempo, e il modo in cui si relazionano al tempo i giovani e i vecchi), ma mi pare che riveli anche il metodo di lavoro (e di scrittura, soprattutto…) adottato dall’autore: che gioca di continui rovesciamenti prospettici, e costruisce la sceneggiatura su ininterrotti scarti fra vicino e lontano.

Di nuovo unico autore della sceneggiatura (dopo che negli ultimi suoi due film, This Must be the Place e La grande bellezza, aveva lavorato in coppia con Umberto Contarello), Sorrentino cambia incessantemente focale e prospettiva. La sua scrittura non è mai lineare, né progressiva.

Non si struttura su nessi consequenziali, né su una progressione narrativa basata sulla logica di causa e effetto. Piuttosto slitta, salta, ritorna. E’ come se Sorrentino massaggiasse la sceneggiatura. Ora la preme, ora la stende. Ora la schiaccia, ora la accarezza. Per questo uno spettatore frettoloso o superficiale può avere la sensazione che non ci sia storia: la storia c’è, eccome, ma è scritta e strutturata in modo diverso rispetto alle fiction a cui ci ha abituato la televisione generalista o anche tanta parte del cinema contemporaneo.

Perché Sorrentino, soprattutto in questo film, procede per analogie, echi, rime interne, rimandi, ritorni. Più che un racconto, la sceneggiatura è un partitura: il regista non si limita a metterla in scena, la esegue. E il film non va letto come un romanzo, va gustato come una coreografia. Solo così si può godere appieno della grande bellezza che sprigiona da un film come questo: un artefatto audiovisivo unico, che balla, salta, danza, scivola, piroetta su se stesso e torna al punto di partenza, con una leggerezza che sa essere di volta in volta tentazione e perversione, e con una profondità che spesso si nutre del suo opposto, la superficialità. A chi lo critica perché – dice – “non c’è storia”, non si può che rispondere che neanche nella musica c’è storia, neanche in un quadro di Klee o di Kandinskij c’è storia, eppure sono lì. Ci sono, e ci emozionano per il solo fatto di esserci. Sospeso nello stesso hotel di Davos in cui Thomas Mann ambientò La montagna incantata, YouthLa giovinezza è per antifrasi un grande film sulla vecchiaia e sul paradosso per cui quanto più il tempo della vita si accorcia tanto più chi invecchia non rinuncia a pensare al futuro.

O prendere o lasciare. Un film così non consente vie di mezzo. O lo ami o lo detesti. Ma questo fa la sua grandezza. E anche la sua onestà. A un certo punto uno dei protagonisti di Youth dice: “Le persone o sono belle o sono brutte, in mezzo ci sono soltanto i carini”. Anche dei film si può dire esattamente la stessa cosa.

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Commenti

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luca sanna 1 anno fa

sorrentino è un maestro... nemo profeta in patria.. se fosse Americano lo osanneremo verrebbe idolatrato dagli stessi che ora lo criticano.. è vero alcuni film possono esser noiosi.. ma lui la noia la racconta e la presenta volutamente... bisogna mettersi alla giusta distanza per guardare la magnificenza....

Simone Cinelli 2 anni fa

Grande Sorrentino!

la mia prima volta con youth 2 anni fa

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Youth – la giovinezza | Dostoevskij e dintorni 3 anni fa

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