Vergine giurata – la fotografia di Vladan Radovic

di Gianni Canova

Da un lato, il paesaggio arcaico, aspro e severo delle montagne d’Albania, vicino al confine con il Kossovo. Dall’altro, il paesaggio “antropizzato” e moderno di una città italiana dei giorni nostri. La storia di Vergine giurata si svolge tutta fra questi due poli geografici e ambientali apparentemente opposti: da un lato un mondo fermo nelle proprie costumanze antiche e patriarcali, spesso feroci nei confronti delle donne. Dall’altro il nostro mondo civile e moderno che – almeno in apparenza – concede a tutti, anche alle donne, uno spazio di libertà.

 

Nel raccontare il transito da un mondo all’altro del personaggio protagonista (Hana, ragazza albanese che si traveste da uomo e si fa chiamare Mark perché la legge delle montagne concede solo ai maschi il rispetto e l’onore), la regista Laura Bispuri poteva scegliere di enfatizzare i contrasti, di accentuare le differenze. E invece sceglie di armonizzarli. Il lavoro del direttore della fotografia Vladan Radovic (Anime nere, Smetto quando voglio, L’ultimo terrestre) fa di tutto per attenuare le differenze fra i due mondi di Vergine giurata: in tanti film, anche recenti, i flashback che fanno riemergere nel presente schegge e frammenti del passato sono anche visivamente differenti. In Vergine giurata no.

 

Qui Bispuri e Radovic agiscono sulla fotografia per rendere simili gli opposti: tanto in Italia quanto in Albania, tanto nel presente quanto nel passato, dominano gli stessi toni luministici e cromatici. Verdi, marroni, grigi. Niente rossi. Nessuna macchia di colore vivo o sgargiante. Solo nelle scene ambientate in piscina c’è una luce diversa. Una luminosità più tersa e trasparente. Ma non è un caso: mentre tutto il resto del film è girato con tanti piani sequenza, che danno la sensazione di un flusso inarrestabile, le scene in piscina sono quasi un balletto di frammenti. Ma è lì, in piscina, che Hana che si è finta Mark torna ad essere Hana. Lì il corpo riemerge e travolge le costumanze arcaiche, i pregiudizi ideologici, le differenze etniche e culturali.

 

Ed è la fotografia che ce lo dice: la diversa luce, i colori più tersi, sono il segno che qualcosa sta cambiando. Nel personaggio, ma, forse, anche in noi che lo (la?) guardiamo.

 

Copertina: 463253100 / Getty Images

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