Venezia 71: Favoloso Germano, giovane Leopardi

di Laura Delli Colli

Il Diario dalla Mostra di Venezia è curato da Laura Delli Colli, Presidente dei Giornalisti Cinematografici Italiani.

 

Venezia, 1 Settembre – E tre. Dopo le Anime nere di Munzi e i ‘cuori affamati’ di Costanzo, ecco, finalmente, l’attesissimo Leopardi di Mario Martone, Il Giovane favoloso che ha il pessimismo, ma soprattutto la forza decisamente caustica di Elio Germano, un protagonista perfetto per un film che, per dirla con Martone, vuol essere soprattutto “il racconto di un’anima”. E ancora una volta il cinema italiano ha convinto a Venezia, dove la Mostra ha accolto il film con gli applausi fin dalla proiezione per la stampa.

 

A pochi anni di distanza da Noi credevamo, Martone, con un gruppo di attori in cui tornano anche i ‘suoi’ Michele Riondino, Valerio Binasco, Edoardo Natoli qui recupera ancora una volta il passato per raccontare, oltre la Storia, una piccola storia, anche privata, che attraversa il ‘personale’ parlando del pubblico. Il giovane favoloso è la storia di un’anima e dunque basta averla, un anima, e avere un cuore che ci consenta di leggere nel suo animo».

 

Un Leopardi rinchiuso nel suo male di vivere ma, fin dalle prime scene del film, nella fantastica biblioteca del padre, il conte Monaldo, a Recanati, dove l’unica fuga consentita è lo sguardo che dalla finestra scopre la figura della donna che guardava segretamente, unico legame con la vita reale. Proprio questa lettura fa saltare la solitudine del poeta di ieri all’autoisolamento di chi vive oggi i suoi quindici e poi vent’anni ‘prigioniero’ del mondo virtuale della Rete, un mondo che non consente vie di fuga quando vivi solo attraverso il web… «Ogni epoca ha le sue gabbie e in ogni epoca esiste la voglia di romperle» racconta Martone che rilancia il rapporto di Leopardi con Pietro Giordani ad una sorta di chat continua, anche se col sigillo di ceralacca, un modo virtuale di comunicare che comunque è l’unica via di fuga dall’isolamento e dalla solitudine».

 

Interpretato da Elio Germano che aggiunge al pessimismo leopardiano rabbia e cinico autolesionismo, il film sfiora in maniera evidente anche il tema della sessualità del poeta di Recanati, una bisessualità presunta che nel racconto si affronta attraverso la fedeltà alle carte del suo epistolario. “È certo evidente il significato di un legame oltre l’amicizia che il film rilancia mettendo a fuoco la centralità nella vita di Leopardi del suo rapporto con Antonio Ranieri, certamente un’amicizia di carattere anche sentimentale, ma” come dice ancora Martone “Ciascuno fa il proprio viaggio attraverso il film”.

 

La sfida di mettere in scena un personaggio così delicato non era facile, ancor meno quella di rappresentare le asprezze e il carattere spigoloso di un protagonista al quale il cinema offre comunque una chance di assoluta vitalità, soprattutto nella lunga sequenza della vita napoletana. Un biopic difficile, dunque che offre al pubblico una lettura mai pedante o noiosa, piuttosto-come dice Germano nel film, prodotto da Carlo degli Esposti con Rai Cinema e in uscita con 01, la storia di “uno scetticismo ragionato”, qualcosa che ha più a che fare con un modo di vedere la vita che con il malessere nato da una malattia.

 

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