Venezia 74: se a Suburbicon con Clooney il sogno americano diventa un incubo…

di Laura Delli Colli

Ancora Hollywood e ancora America a Venezia. Dopo Fonda e Redford con George Clooney, superstar di ritorno alla Mostra (oggi insieme a Julianne Moore, con il suo sesto film da regista) per raccontare con Suburbicon, il sogno di un’american life perfetta che diventa, però, l’incubo nero di una brutta storia di violenze, non solo razziste.

Un clima che cresce con la tensione del racconto e richiama (pur con qualche tocco di ironia che non guasta) un plot cinematografico che non dimentica certi intrighi degni del cinema di Hitchcock.

Scritto una decina d’anni fa dai fratelli Coen e firmato, oggi, nella sceneggiatura, anche da George e dal suo ‘complice’ Grant Heslov, anche produttore del film, Suburbicon – tra le mani di Clooney – diventa insomma una metafora dalla doppia lettura, in cui il germe del razzismo anni Cinquanta spiega perfettamente anche certe inquietudini di ritorno con la Presidenza Trump.

Di che si tratta? Senza ‘spoilerarlo’ troppo, come si dice, il plot del film è quello di un noir sanguinario e insieme psicologico in cui non manca la denuncia antirazzista che ieri come oggi è sempre un tema centrale.

All’alba degli anni Sessanta, comunque, Clooney racconta con due protagonisti come Matt Damon e Julianne Moore come una cittadina perfetta diventa teatro di fatti di sangue che ne minano la tranquillità da un giorno all’altro. Suburbicon assomiglia a Levittown, realmente creata per persone di esclusiva ‘razza caucasica’ in Pennsylvania e diventata dopo il secondo conflitto mondiale una sorta di laboratorio sociale sui valori dell’America media.

Apparentemente, fino al giorno in cui una famiglia nera arriva ad abitare in una delle sue cassette perfette, è una tranquilla comunità (appunto, di periferia) a dir poco da sogno: case pastello di quelle che il cinema americano ha immortalato in una lunga stagione popolare e giardini curati in un’atmosfera da America media e benestante. Qui la famiglia Lodge vive all’insegna di un equilibrio apparentemente perfetto.

Ma è davvero perfetto se Gardner Lodge (che è Matt Damon) vive in realtà una seconda vita fatta di segreti e omissioni inquietanti? Tutto scatta quando la sua esistenza fin troppo tranquilla viene stravolta da una violazione di domicilio che rivelerà sviluppi drammatici ma anche risvolti imprevisti.

Nel cast – con un look perfetto – Julianne Moore è sua moglie. Con lei recitano Josh Brolin e Oscar Isaac, ma soprattutto un bambino che sembra una vera rivelazione. “Quando George mi ha chiamato non ho saputo dirgli di no anche se il mio ruolo è inquietante. Il resto – ha raccontato Damon – l’ho scoperto dopo, leggendo il copione ispirato ad una storia vera in cui la violenza esplode non solo tra i razzisti ma proprio all’interno di una famiglia ‘normale’, rivelando la lucida follia di un protagonista che ha i tratti dell’americano medio”.

Oltre la violenza razziale, il film rivela insomma il delirio di una mente malata nascosta nella quotidianità di un’America che, dice Clooney “oggi come negli anni Cinquanta non cambia ancora dietro la patina della normalità”. Rivelando oggi come ieri argomenti inquietanti che i democratici come Clooney denunciano anche da Hollywood. L’ultimo monologo del film – il momento in cui un americano medio, apparentemente molto tranquillo, si trasforma in un vero ‘mostro’ – è datato 1959, ma a leggere i giornali americani sembra sia stato girato proprio nella settimana delle elezioni con lo choc in arrivo della vittoria di Trump: “era nell’aria”. “Un’aria” raccontano oggi a Venezia Clooney e Damon “con la quale cresceva anche una reazione di rabbia”. Confermata anche dalla storia recente e diventata ancora più forte poi sulla scia dei fatti sanguinosi di Charlottesville.

“È un film che volevo fare” dice oggi a Venezia Clooney, come ha scritto nero su bianco anche nelle note di regia “perché è il momento giusto per parlare di muri e di minoranze che finiscono per diventare un capro espiatorio anche in un thriller insolito. Ho sempre amato l’idea di raccontare un omicidio consumato in una città perfetta con tutta la gente che guarda in una direzione sbagliata.” “Questo film – ancora Clooney- fotografa un’epoca in un anno chiave, il 1959, dalla quale in realtà non ci siamo mai allontanati.”

“Sì Suburbicon è proprio una storia di persone imperfette e soprattutto delle loro scelte sbagliate” dice anche Julianne Moore che mai come in questo film, mai come accanto a Clooney, ne sembra l’esatto ‘clone’ al femminile un doppio clone – sì – visto che nel film si sdoppia perfettamente anche in due gemelle americane anni Cinquanta. Un ruolo doppio, come del resto due sono le occasioni che le ha offerto Venezia quest’anno con una giornata di anticipo sulla proiezione del film: protagonista per Clooney ma anche vincitrice del nuovo Franca Sozzani Award che ha ricevuto da Colin Firth.

Interprete di film come Magnolia, Il grande Lebowski, A Single Man, Hunger Games con Still Alice due anni fa ha finalmente avuto l’Oscar® . È una donna capace di schierarsi e di battersi. Ma soprattutto un’attrice tra le migliori in ogni senso. E dire che non si sentiva nata con la vocazione della recitazione…

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