Veloce come il vento – Il montaggio di Gianni Vezzosi

di Gianni Canova

Ci sono più inquadrature nei primi tre minuti di Veloce come il vento

che nella media di un intero film italiano della stagione.

“Montaggio serrato”, dicono in tono elogiativo molte recensioni.

Vero, ma non basta. Perché se fosse solo “serrato”,

il montaggio del bel film di Matteo Rovere,

rischierebbe di essere anche alquanto noioso.

Come può esserlo, poniamo, un martello pneumatico.

Che batte e picchia forte, ma alla lunga (e neanche tanto alla lunga…) disturba.

In Veloce come il vento il montaggio è piuttosto “variato”:

alterna con sensibilità musicale il mosso, il presto, l’andante, il lento.

Accelera, e poi improvvisamente rallenta.

Alterna con ritmica efficacia i dettagli

(mani sul volante, piede sull’acceleratore, ruote che sgommano, viso nel casco che suda)

a totali sulla pista e a dettagli di chi osserva a bordo pista.

Come una partitura. Come se eseguisse un pezzo musicale.

Ed è questo che funziona nel montaggio di Gianni Vezzosi

(già vincitore di un David di Donatello nel 2014 per il montaggio di Smetto quando voglio):

la musica delle immagini.

La massima che apre il film, e che spiega la filosofia di vita dei personaggi

(“Se hai tutto sotto controllo, significa che non stai andando abbastanza veloce”)

Vezzosi non la applica a sé e al suo lavoro di editing.

Bisogna avere un grande controllo per rendere credibili

personaggi che vanno facilmente fuori controllo.

E infatti il film non funzionerebbe come funziona (benissimo!)

se tutto – le spezzettature, la frammentazione dei punti di vista,

i passaggi dai dettagli al totale – non fosse tenuto sotto controllo

da una gestione perfetta di tutto il materiale visivo e narrativo prelevato dal set.

Vezzosi non monta, dirige. Scandisce. Orchestra.

Riesce a montare sequenze impensabili per il cinema italiano

come la corsa in auto per le vie di Matera

senza generare nello spettatore né fastidio né sospensione della credulità.

La corsa in contromano in motorino non l’avrebbe montata meglio

neanche il più stretto collaboratore di William Friedkin.

Ma con una differenza: Veloce come il vento ha qualcosa

che i film di Friedkin o certi titoli a stelle e strisce come

Fast & Furious o Rush non hanno e non possono avere:

la capacità di coniugare l’ebbrezza della corsa con la sensibilità sociale.

Il film di Matteo Rovere sta dalla parte dei reietti, dei perdenti, degli sbandati.

Sta con gli “ultimi”. Con quelli che non mollano.

Con quelli che quando pregano si rivolgono

a “Nostro Signore del sangue/che corre nel buio delle vene”.

Non si piange addosso, Veloce come il vento.

Non fa né prediche né denunce. Scarta la via del realismo facile facile

che sembra aver ipnotizzato e obnubilato tanto cinema italiano

e sceglie con coraggio il linguaggio del genere.

Ma paradossalmente finisce per essere più “realistico” lui

di tanti film d’autore che si proclamano realisti.

A dimostrazione del fatto che solo il cinema che sa inventare forme

e creare ritmi e generare musica per gli occhi

può ambire anche a dire qualcosa di non scontato e di non banale

sul mondo in cui ci è  dato di vivere.

Veloce come il vento lo dice,

più e meglio di tanto saccente e accigliato cinema d’autore.

O sedicente tale.

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