Valerian e la città dei mille pianeti – La regia di Luc Besson

di Gianni Canova

Non stai fermo un attimo. Appena posi gli occhi sullo schermo, subito senti che il tuo sguardo salta, corre, sbanda, cade, vola. Ti sembra di attraversare alla velocità di un razzo un universo visivo che rigurgita forme, luci, colori e sorprese con la stessa generosità con cui il piccolo armadillo del pianeta Mul erutta perle bio-rigeneranti. Valerian di Luc Besson è rutilante, turgido, barocco. Ci sono più trovate visive in 30 secondi presi a caso in questo film che nell’insieme di tutti gli altri film in sala questa settimana.

Molte idee visive, certo, vengono dalla graphic novel francese creata alla fine degli anni Sessanta da Pierre Christin e Jean-Claude Mézières, che Besson adorava fin da bambino e che aveva già ispirato alcune atmosfere di Il quinto elemento. Ma la bravura di un artista sta anche nella capacità di scegliersi le fonti e i maestri giusti. E Besson lo sa fare, scegliendo di misurarsi con uno degli universi più visionari, folli e turbolenti di tutta la seconda metà del Novecento. Attinge da lì, ma anche da un immaginario pop alla Barbarella. Attinge e gioca. Spia e rilancia. Scruta e spara.

Il risultato è che Valerian è, al contempo, un film-cornucopia e un film-proiettile. Erutta visioni e le spara nel firmamento del cinema. E tu resti lì, come abbagliato, e ti senti come un ragazzino che decide di lanciarsi nel vuoto in un bungee jumping spericolato: il film è la corda, la terra è la realtà. Tu ti ci avvicini, ma non la tocchi. E lì sta il bello: Valerian è un biglietto per l’altrove. Per gli infiniti altrove possibili.

Basta la bellissima sequenza d’apertura, sulle note di Space Oddity di David Bowie, sulle immagini di anziani comandanti alla Star Trek che incontrano e stringono la mano alle più incredibili e proteiformi delegazioni aliene, per dirci in che universo siamo: nel mondo di Valerian gli Altri non sono Mostri. Quello di Besson è un mondo multietnico e multigalattico che ha trovato una sua difficile ma preziosa armonia. I mostri, caso mai, sono certi umani che hanno bisogno di costruire continuamente nemici più o meno immaginari per giustificare la violenza, l’odio, la rabbia, il potere. Che sia questo che non è piaciuto a certa critica americana? O il fatto che Hollywood – già in crisi creativa come non si vedeva da decenni, costretta a sfoderare un sequel o un reboot dopo l’altro nel tentativo di arginare un disarmante vuoto di idee – non può tollerare che un film indipendente osi sfidare i suoi blockbuster sempre più stremati e sfibrati?

Valerian è un film proteiforme. Come la bellissima creatura interpretata da Rihanna, anche il film cambia continuamente forma e identità: per un attimo ti sembra Liza Minnelli in Cabaret e subito dopo pare invece una creatura uscita da Roger Rabbit. Cangiante, mutante, arrapante. Valerian – il film – è un mix fra lei (che si chiama Bubble: gommosa, plasmabile, infinitamente malleabile) e l’armadillo che tutti cercano e tutti vogliono (generoso, simpatico, prolifico, rigenerante).

Dietro, a tirare le fila, e infondere energia, c’è la regia potente di Luc Besson. Che nel panorama complessivo del cinema europeo è davvero un’eccezione. Perché lavora con i generi come nessun altro sa o vuole fare. Perché crede nei giovani, ne ha svezzato una dozzina e li ha fatti esordire alla regia. Perché non si limita a pontificare sul cinema ma rischia in proprio, e fa quotare in borsa la sua società. Perché non si accontenta di raccontare marginalità socio-esistenziali ma ha l’ambizione di inventare mondi. Poi ci si stupisce se in Francia il cinema vola e da noi piagnucola.

A prescindere da come Valerian andrà alla fine al box-office, bisogna render merito al suo creatore. Se anche in Italia avessimo qualche Luc Besson, il nostro cinema sarebbe senz’altro più grande, e più sano.

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