Unsane – La regia di Steven Soderbergh

di Gianni Canova

Tempo di lettura: 2 minuti

I registi – i grandi registi – si dividono grosso modo in due categorie.

Quelli che fanno per tutta la vita lo stesso film (Federico Fellini) e quelli che ad ogni nuovo film sperimentano strade nuove (Stanley Kubrick). A ben guardare, ci sarebbe anche una terza categoria: quella di chi riesce contemporaneamente a fare sempre lo stesso film pur cambiando di volta in volta forma e tecnica espressiva. Steven Soderbergh appartiene probabilmente a questa terza categoria: fin dai suoi esordi alla fine degli anni Ottanta con Sesso, bugie e videotape (Palma d’oro a Cannes, 1989), Soderbergh si è affermato come uno dei registi più “sperimentali” della sua generazione, capace di passare da blockbusters di solido successo commerciale come la serie Ocean’s a piccoli film raffinati e coraggiosi come il kafkiano Delitti e segreti o il remake di Solaris di Tarkovski. E proprio questa smania di sperimentazione continua, questo desiderio incessante di percorrere nuove strade, e di mettersi continuamente alla prova, lo hanno portato ad essere sempre fedele a sé stesso pur cambiando di volta in volta – anche radicalmente – prospettiva e tecnica produttiva. All’inizio di quest’anno, ad esempio è arrivata anche in Italia la sua serie Tv Mosaic, che negli Usa era stata distribuita con un’app che ne rendeva la fruizione interattiva e non lineare. Poche settimane fa, proprio qui su We Love Cinema, ho proposto una breve riflessione su La truffa dei Logan, sempre diretto da Soderbergh, come esempio di film assolutamente fuori registro, bizzarro e incontrollabile, capace di rompere regole e convenzioni senza rinunciare al divertimento. Ora, neanche un mese dopo, Soderbergh torna di nuovo in sala in Italia con un altro film: un thriller – Unsane, appunto – girato interamente con un i Phone 7 Plus in sole due settimane di riprese. È bene non dimenticarlo mai, mentre si vede il film: perché se ci si poteva aspettare da un film girato con l’iPhone un uso intimo e ravvicinato del primo piano, con l’obiettivo che arriva a pochi centimetri dal volto degli attori, e raggiunge una sorta di intimità e familiarità che erano molto più difficili da realizzare o da generare con una tradizionale macchina da presa, quello che più colpisce – almeno me – è l’efficacia dei campi lunghi e lunghissimi, è la capacità di tenere la continuità cromatica e luministica, è la forza che hanno anche le inquadrature che postulano una evidente profondità di campo. Impugnando da solo il cellulare, e facendo al contempo non solo il regista ma anche il direttore della fotografia e l’operatore di macchina, Soderbergh sgretola le tradizionali “divisioni” dei mestieri del cinema e ci immerge nel cuore di un thriller claustrofobico che ricava un surplus di tensione e di verità proprio dalla tecnica di ripresa utilizzata. Se nei titoli leggete che la fotografia è di Peter Andrews non preoccupatevi: è il nome del padre di Soderbergh e lui lo usa come pseudonimo quando vuole nascondersi (spesso cura personalmente anche il montaggio, firmandosi talora con il proprio nome talora con il nome della madre Mary Ann Bernard). La camera integrata nell’iPhone è stata potenziata da una app (FILMIC pro) tramite cui gestire fuoco, espressione e temperatura. E il risultato è davvero sorprendente.

Cosa racconta Unsane? Racconta di una donna in fuga: da un amore malato fatto di minacce e di dolore. Da uno stalker insistente ed inquietante. Forse, in fuga anche da sé stessa. Sawyer (Claire Foy) è una donna ferita. Si trasferisce da Boston in Pennsylvania per fuggire al suo passato e si rivolge a una clinica psichiatrica per essere aiutata. Ma qui scopre di aver firmato, senza rendersene conto, il suo consenso a restare reclusa in clinica per anni e anni. Non solo: a un certo punto riconosce in uno degli infermieri lo stalker che la sta perseguitando. Ma è davvero lui o è un’allucinazione della mente malata della giovane donna?

In bilico fra Qualcuno volò sul nido del cuculo di Milos Forman e Repulsion di Roman Polanski, Unsane ci immerge a poco a poco in un vero e proprio incubo, giù giù dentro i meandri più oscuri della mente umana. Da instancabile esploratore del cinema e delle sue infinite possibilità espressive, Soderbergh gira tutto il film in un vero ospedale abbandonato. E alla fine – fra luci spoglie, ombre sfuggenti e flashback depistanti – fa sì che sia proprio un telefono l’oggetto che consente di tracciare in modo inequivoco il confine che separa e unisce normalità e follia.

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