Un vampiro in convento e Marco Bellocchio sorprende, in concorso, con il suo film ‘doppio’

di Laura Delli Colli

Lido di Venezia, 8 Settembre – Un film spiazzante e diverso nel quale s’intrecciano due piani narrativi, due epoche, due storie distinte eppure parallele. Ecco come la Mostra ha accolto il debutto del terzo titolo italiano in concorso, Sangue del mio sangue di Marco Bellocchio, girato a Bobbio, dove restano il cuore e le radici di una vicenda che affonda nel gioco del ‘doppio’ la sua stessa natura, divisa tra tradizione e modernità, passato e presente, storia e cronaca di un mondo sorprendente nel gusto per un cinema diverso. Nelle mani di un autore che riesce a giocare con un’assoluta libertà di contenuti e di stile.

Pier Giorgio Bellocchio è Federico Mai, uomo d’armi e d’onore, che nella prima parte del film, deve riabilitare la figura del gemello, prelato suicida senza una sepoltura cristiana per essere stato sedotto dalla giovane suor Benedetta. Siamo nel mondo della Chiesa oscurantista  della caccia alle streghe e per assolvere il prelato dalle responsabilità e riportarne il corpo in terra consacrata bisogna dimostrare come Benedetta abbia stretto il patto col diavolo.  Ma Pier Giorgio è anche il Federico Mai di oggi, che in un’altra epoca, negli stessi luoghi e con lo stesso nome, diventa un faccendiere truffaldino che cerca di vendere il convento a un miliardario russo disturbando la quiete del Conte-vampiro che governa, nell’ombra, nelle stesse stanze della persecuzione di Benedetta, la vita della comunità. “Bobbio è il mondo, come dice il Conte” spiega Bellocchio. E Sangue del mio sangue nasce proprio dai corsi che facciamo da 20 anni nella sua quiete. Mi sono imbattuto, alla ricerca di location, nelle prigioni abbandonate e così mi è venuta in mente la storia di questa donna murata, ispirata alla Monaca di Monza di cui, però, ho ribaltato la vicenda”.

Quanto al Conte Vampiro secondo Bellocchio Il dominio assoluto della Chiesa seicentesca diventa nell’immaginario che il film risveglia quel dominio politico che “pur permettendo un benessere generale ha impedito per decenni, nel Paese, un cambiamento alla società”.

Con questo film nel quale si respira l’aria di un’assoluta libertà creativa Bellocchio dice di sé: “Sono un anarchico, anche se sempre più moderato. Certo, non mi vedo a tirare sassi insieme ai no Tav, ma il potere mi infastidisce”. Sangue del mio sangue è anche un film realizzato in famiglia. Oltre Pier Giorgio, ci sono il fratello Alberto e la figlia di Marco e della montatrice Francesca Calvelli, Elena Bellocchio, poi Roberto Herlitzka, Lidiya Liberman, Alba Rohrwacher, un folle, divertente e trasgressivo Filippo Timi, Toni Bertorelli. Insomma, tanti nomi di famiglia del suo cinema.

Dice Bellocchio: “Il mondo cambia persino a  Bobbio e bisogna uscire di scena”. Il Conte lo fa risvegliando in sé l’attrazione per la bellezza dei più giovani. In un film che diventa un autentico apologo dell’Italia preda di una (devastante) modernità.

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