Come un gatto in tangenziale – I costumi di Alberto Moretti

di Gianni Canova

Il montaggio la fa a pezzi. Prima vediamo la testa, con i capelli color aragosta. Poi il braccio tatuato. Quindi le scarpe taccate con fibbia metallica e punte dei piedi scoperte. Poi la canottiera nera con un cuore di strass e le spalline del reggiseno ben visibili. Infine, vediamo inquadrata la mano che impugna una mazza d baseball mentre si avvicina minacciosa al parabrezza dell’auto di lui.

Monica – la borgatara interpretata da Paola Cortellesi in Come un gatto in tangenziale di Riccardo Milani – entra in scena così. Come una guerriera. Un valkiria delle borgate. Vive in un posto – Bastoggi, estrema periferia romana – rispetto a cui perfino Scampia – si dice nel film – potrebbe sembrare una Spa. Ma lei ha saputo adattarsi anche a quel posto: tra bande di spacciatori, tribù multietniche e condòmini obesi tatuati e rasati, lei mantiene una sua dignità da popolana verace e perfino una certa grazia altera nel modo orgoglioso con cui affronta le insidie del mondo.

Lui invece appartiene alla tribù di quelli che pensano. Di quelli che sono pagati per pensare. In un think tank. Abito rigorosamente scuro, camicia azzurrina, cravatta ton sur ton, va su e giù da Bruxelles con tanto di trolley o zainetto per recuperare i fondi europei necessari al rilancio e alla riqualificazione delle periferie. Cioè di luoghi che non hai mai visto. Dove non è mai stato. Finché non ci capita per caso inseguendo la figlia adolescente che si è invaghita – guarda caso – proprio di un ragazzetto che viene da quel quartiere. E la scoperta è quasi uno shock.

Ci sono due Italie, nel film di Riccardo Milani. Due Italie diverse. Socialmente, culturalmente, economicamente. E i costumi di Alberto Moretti (già collaboratore di Massimiliano Bruni in opere come Benvenuto Presidente! e Gli ultimi saranno gli ultimi), rendono immediatamente evidente questa differenza. Questa distanza. Lei indossa solo canottierine nere con bizzarre scritte sul petto (da FBI a Mozzafiato), lui manca poco che non tenga la cravatta anche in spiaggia. Lei non cammina, caracolla. Lui trascina il suo trolley con disinvoltura molto casual. Lei dice “cortesemente” strascicando la esse, lui parla di contaminazione e società multietnica. Perfino quando vanno al mare, sono diverse queste due Italie: lei ama la spiaggia di Coccia di Morto (esiste davvero!), teatro di corpi oliati e di tattoo, di pareo leopardati e di musica che pompa a tutto volume, lui preferisce la quiete radical chic di Capalbio, dove si indossano comode tuniche bianche accompagnate a monili ethno-chic e si gira a piedi rigorosamente nudi.

Gli abiti, i costumi, disegnano mondi, stili, credenze, valori. Trasmettono l’idea di bellezza che abita nella testa dei personaggi. Sono indizi di identità. Lei – labbra rosso fuoco, orecchini zingareschi, unghie laccate con smalto di diverso colore – riesce anche grazie al look che Moretti le disegna addosso a fare di Monica un personaggio ben in rilievo, forte e tenace, mentre lui lavora più di sottrazione fin dagli abiti che indossa.

Non potrebbero essere più diversi di così, Monica e Giovanni. Eppure, sotto sotto, si attraggono. Diffidano, certo. Sospettano, ovvio. Si spiano, anche. Ma sono curiosi l’uno dell’altra. Non succede quasi nulla tra loro. Solo un timido bacio sulla guancia. Ma è bene che sia così. Di più, avrebbe stonato. Così, c’è solo un’attrazione che cozza contro la consapevolezza che storie di questo tipo durano quanto un gatto in tangenziale. Eppure avvengono. Accadono. E lasciano aperta la speranza che nell’Italia di oggi anche un colpo inferto con la mazza da baseball contro il parabrezza di un’auto possa essere l’inizio di una possibile conoscenza reciproca. Se non addirittura di una storia d’amore.

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