Un bacio – La fotografia di Luca Bigazzi

di Gianni Canova

Non sarà proprio una luce con il colore di un bicchiere di orzata, come quella che avevamo visto qualche mese fa nel Ragazzo invisibile di Gabriele Salvatores, girato più o meno da quelle parti, ma poco ci manca.
All’inizio, e in molte scene in esterni, Un bacio di Ivan Cotroneo ha colori freddi e monotoni.
Niente ombre, luce piatta. Come se qualcuno avesse steso sul mondo (e sulla sua luce)
una patina opaca, uniforme, deprimente.
Un sedicenne, forse, il mondo lo percepisce così. Soprattutto se è un sedicenne osteggiato dai coetanei e dai compagni, con grossi problemi di identità e di relazione, con gli altri, ma anche con se stesso.

Un bacio è un film su tre sedicenni di questo tipo, due ragazzi e una ragazza, compagni di classe nella IIIA del liceo Newton di un imprecisata cittadina del Nord Est (ma da certi esterni si riconosce Udine).
A filmarli, dietro la macchina da presa, c’è un occhio amorevole e autorevole: quello di Luca Bigazzi, il più celebre ed amato fra i direttori della fotografia della sua generazione, abituale collaboratore di Paolo Sorrentino dai tempi di Le conseguenze dell’amore, compresa la strepitosa fotografia di un film-Oscar come La grande bellezza.

“Ho cercato un approccio realistico al mondo che mettevamo in scena”, ha dichiarato Bigazzi. In effetti, le scelte fotografiche di Un bacio sembrano voler ridurre al minimo l’artificio.
Bigazzi, che spesso è anche operatore di macchina (la scena finale nel fiume, con la macchina da presa a pelo d’acqua, ad esempio, l’ha girata personalmente lui), usa tutte le fonti di luce interne all’inquadratura per poter ridurre il più possibile il ricorso a fonti di illuminazione artificiali.

Così, non a caso, le fonti di luce sono spesso diegetiche, fanno parte del mondo rappresentato: sono i lampioni di una strada di notte, oppure – negli interni – sono le lampade e le abat-jour, i lampadari e perfino le candele. Fuori, in esterno, il mondo ha luci fredde. Come fredde sono le luci della palestra e della scuola, dove Lorenzo, Antonio e Blu subiscono la loro emarginazione (uno perché è gay, l’altro perché è ritenuto tonto, la terza perché sta col più figo della scuola, e viene liquidata come  “troia” dall’invidia delle compagne).
Dentro, invece, nelle case dove i ragazzi vivono con le rispettive famiglie, c’è quasi sempre ombra, o penombra. C’è un trattamento diverso della luce. E proprio questa scelta, eseguita da Bigazzi con grande raffinatezza e senza manicheismo luministico, consente al film di aggirare quel tanto di didascalismo programmatico che potenzialmente si annida nella sceneggiatura.

Bigazzi usa la luce come strumento espressivo E sa che per rendere credibile questa sorta di Jules e Jim friulano, con coté gay e finale tragico, deve per prima cosa scavare nell’ombra.
Quella che si annida nelle case, nelle camerette, ma soprattutto nei cuori dei personaggi. Certe scene nella cameretta di Lorenzo galleggiano in una penombra avvolgente, mentre nella camera di Antonio spesso il buio inghiotte tutto, come quando immagina di parlare col fratello morto, e l’ombra penetra ovunque, lasciando in luce sul letto solo il pallone da basket, cioè l’oggetto con cui il ragazzo deriso da tutti e da tutte cerca il proprio riscatto e a cui affida la costruzione della propria identità.

Ma è nella scena del bacio – quello che dà il titolo al film – che la sapienza compositiva ed espressiva di Luca Bigazzi si esprime in tutta la sua forza:  lì riesce a far recitare perfino le ombre prodotte dalle fronde degli alberi, che si riflettono tremule sui volti dei due ragazzi in procinto di scambiarsi la loro unica, romantica e tragica effusione.

In quell’esterno-notte Bigazzi raggiunge un’intensità e un’autenticità davvero non comuni. Ricordandoci che spesso, al cinema, il fatto di credere o non credere a quello che vediamo dipende in larga parte proprio dalla luce.

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