Tutto su mia figlia: con Julieta il mèlo applaudito di Almòdovar

di Laura Delli Colli

‘Tutto su mia figlia’ ha già un sottotitolo, Julieta, presentato oggi sulla Croisette in concorso da Pedro Almòdovar. È il suo ventesimo film ed è stato accolto da lunghi applausi al Festival che fin dalla proiezione stampa al mattino ha accolto il regista spagnolo con grande affetto. Più che di commedia questa volta si tratta di autentico mélo in una storia avvincente ed emozionante di affetti perduti, lutti elaborati nel tempo, sensi di colpa mai sopiti attraverso il percorso di formazione di una donna, appunto Julieta, che il film racconta in due età della sua vita.

Quando ha 25 anni ed è vitale ed effervescente, poi a cinquanta spezzata dai  rimpianti e dal dolore per aver perduto il rapporto con sua figlia Antìa. Che non ha più visto da quando la ragazza, neanche ventenne, è scomparsa durante un ritiro spirituale in montagna. Antìa, figlia del grande amore per Xoan, che Julieta ha conosciuto durante un drammatico viaggio in treno, a sua volta fa i conti con il suo dolore che non si placherà fino al giorno in cui una misteriosa lettera chiuderà la storia. Nel film, in sala con Warner dal 26 maggio, anche Rossy de Palma. A venti film, dal primo Pepi, Luci, Bom del 1980, Almòdovar racconta a Cannes di essersi reso conto che Julieta era il ventesimo. Solo quando lo ha concluso. “Non ho il talento di Woody Allen o di Spielberg e non mi paragonerei mai a loro. E posso tranquillamente affrontare il concorso, non mi sento una vacca sacra al di sopra della competizione.” dice ironicamente del film.

Ispirato dalla letteratura di Alice Munro Almòdovar racconta: “Abbiamo molte cose in comune, anche lei è una casalinga, come me, e scrive mentre accudisce i bambini che le prendono molto tempo” e poi “volevo fare da molto tempo un film che avesse a che fare col treno”, un treno sul quale inizia una storia al femminile che questa volta ruota però molto anche sulle figlie, oltreché sul punto di vista a lui caro del rapporto con la madre.

“Sì, ho fatto molti film sulla figura della madre, è vero, ma questa madre – dice – è oggi la più vulnerabile di tutte, la più debole, quella che ha minore capacità di lottare, quando la sua è una disperata resistenza “. Nel bene e nel male è molto diversa dalle protagoniste di Los abrazos rotos o La piel que habito, ma i miei film sono la mia autobiografia e vi avviso – conclude – che ho già messo anche nel testamento il divieto di scrivere libri su di me…”

 

 

 

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