Tutti vogliono qualcosa – I costumi di Kari Perkins

di Gianni Canova

Al college, Jake ci arriva a bordo della sua Oldsmobile 442, una muscle car che ben rappresenta l’umore dei tempi. La prima cosa che vede e su cui il suo sguardo scivola con golosa avidità è il lato B di sue future compagne di college, fasciato in vezzosi e aderentissimi shorts. È il 29 agosto 1980, Ronald Reagan sarà eletto Presidente degli Stati Uniti di lì a poche settimane e lo spirito libertario degli anni ’70 sta confluendo nell’edonismo degli incombenti anni ‘80. È un tempo di trapasso, un tempo-cerniera, quello in cui si svolge Tutti vogliono qualcosa, il nuovo film di Richard Linklater (Prima dell’alba, Boyhood): tre giorni di fine estate, quelli che scandiscono – con un preciso countdown incorporato nella struttura narrativa del film – il tempo che passa dall’arrivo di Jake al college al momento dell’inizio fatidico delle lezioni. Come vestire i personaggi di questo tempo incerto, di questo tempo dell’attesa? La sfida della costumista Kari Perkins – che aveva già lavorato con Linklater sia in Boyhood che in Un oscuro scrutare – è proprio questa: trovare per i personaggi un “guardaroba” estivo che fosse a cavallo fra i seventies e gli eighties, non ben definito, un po’ ondivago, e comunque rappresentativo dei due decenni che in quei giorni si incrociano e si confrontano. Con alcuni dettagli la Perkins sapeva di andare sul sicuro: occhiali Ray-Ban d’ordinanza per i maschietti, short aderentissimi d’ordinanza per le fanciulle. Abbastanza inevitabili anche i baffi malandrini e i basettoni virili Ma poi? Tutti vogliono qualcosa è un film su un gruppo di maschi alpha, tutti titolari nella squadra di baseball del college, che condividono la stessa “casa” nel college. Dunque, muscoli, bicipiti e polpacci in evidenza, con tanto testosterone impazzito che intride l’aria di umori e desideri. Come li vesti, maschi così? Kari Perkins opta per t-shirts e canotte. Qua e là fa capolino anche qualche camicia floreale e perfino una Lacoste gialla. Le gambe sono quasi sempre nude, salvo quando i ragazzi, di sera, indossano jeans (e si innaffiano di acqua di colonia) per andare alle feste e cercare di rimorchiare. Soluzione semplice e acuta: la Perkins li veste non vestendoli. D’altro canto, siamo in un’epoca in cui il costume non disegna ancora l’identità individuale ma suggerisce – tutt’al più – un’idea di appartenenza, una dichiarazione di affiliazione a un gruppo, a una band, a una tribù.

Le ragazze, invece, si distinguono di più. La ricciolina abbordata da Jake la prima sera, non a caso, ha una camicetta rossa – potrebbe perfino essere seta – che ne fa fin dalla prima inquadratura un’ideale e perfetta “vittima” designata. La ragazza castano-ramata di cui Jake si invaghisce, invece, è alquanto diversa: studia arti performative, ed ostenta con curata nonchalance la propria raffinatezza rispetto ai costumi un po’ da Porky’s o da Animal House praticati dai maschietti del college. Saturo di corpi e di sogni, di sballi e di rimorchi, di ostentazioni muscolari e di cerimonie goliardiche, Tutti vogliono qualcosa è un film vitalistico, attraversato da un flusso debordante di energia vitale. Tutto – dal montaggio sincopato alla colonna sonora funky-punk­- rock – contribuisce a questo ennesimo percorso verso la linea d’’ombra disegnato da quello che più passa il tempo più si rivela come uno dei più imprescindibili registi americani della sua generazione. Anche i costumi fanno la loro parte. E si inquadrano alla perfezione in quello che parrebbe essere il “messaggio” finale del film: “Le cose hanno un significato solo quando noi gliene attribuiamo uno”. Che è un modo elegante e intelligente per dirci che siamo noi spettatori i veri coautori di un film: gli unici che possono trovargli un senso, e darglielo. Anche ragionando – come nel nostro caso – solo sul look e sui costumi.

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