Tra la terra e il cielo – Il sonoro di Gilles Benardeau, Sanjay Maurya e Allwin Rego

di Gianni Canova

Che il suono abbia un ruolo determinante nel bel film indiano Tra la terra e il cielo lo si capisce già dalla sequenza iniziale. La giovane Devi (Richa Chadha), bella e altera, è seduta davanti al suo computer. La vediamo di profilo, illuminata solo dal debole riflesso della luce del monitor. Noi non vediamo cosa sta guardando. Sentiamo solo il sonoro. Sono gemiti, sibili, sospiri. Sono sussurri e grida. E’ il sonoro inequivocabile di un film porno. E’ la banda acustica del film a farci capire fin dalla prima immagine che Devi ambisce ad essere una ragazza sessualmente libera in un paese che ancora non tollera la libertà sessuale. Quella delle donne, soprattutto. Subito dopo, Devi esce di casa per recarsi all’appuntamento che le cambierà la vita. L’impatto sonoro dell’esterno è impressionante. Siamo in una tipica strada indiana piena di traffico: clacson, sirene, rumori di freni, fischi, grida. E ancora lo scoppiettio di tubi di scappamento, i versi degli animali, la confusione della folla. Siamo a Varanasi, ovvero Benares, la città santa indiana, quella dove sulle rive del Gange si bruciano i cadaveri secondo un rito millenario di purificazione della morte. Ma anche lì, in quel grande crematorio a cielo aperto, qualcuno cerca l’amore. Devi lo cerca in una spoglia camera d’hotel. Lì incontra fisicamente lo studente con cui era da qualche tempo in contatto sul web. Dentro l’hotel i rumori della strada arrivano attutiti. Lui, il ragazzo, tira una pesante tenda arancione. La stanza è nella penombra. Anche i rumori sono soffici, lontani. Il ragazzo e la ragazza fanno l’amore. Lo fanno come lo fanno tutti i ragazzi e le ragazze del mondo. Sussurri, sospiri, respiri. In crescendo. Finché all’improvviso qualcuno bussa alla porta della stanza. Bussa con violenza. Con prepotenza. Rumori secchi. Poi calci. E’ la polizia che fa irruzione nella stanza. I poliziotti non parlano. Urlano, insultano, minacciano. Un inferno sonoro. In India è ancora scandaloso che un ragazzo e una ragazza facciano l’amore in una camera d’hotel. La polizia filma i due – lei soprattutto – con il telefonino. La rimproverano di aver dato scandalo. La minacciano. Lui, il ragazzo, non regge la situazione. Si chiude in bagno e cerca con un gesto estremo di “salvare il suo onore”.  E’ un incipit potente, quello di Tra la terra e il cielo (Masaan) dell’esordiente indiano Neeraj Ghaywan, premiato lo scorso a Cannes. E lo è anche grazie al lavoro che i sound designer del film (Gilles Benardeau, Sanjay Maurya e Allwin Rego) hanno fatto sul mix di suoni che guidano e ritmano gli eventi. Ghaywan – che ha una sensibilità quasi neorealista (qualcuno ha fatto il nome di De Sica, come possibile riferimento) – intreccia due storie parallele: quella di Devi, appunto, segnata a vita per quell’incontro d’amore furtivo, e quella di Deepak, un universitario figlio di un lavorante ai roghi (un intoccabile, duqneu, uno di quelli ritenuti “impuri”) che si innamora di una ragazza appartenente a una casta superiore alla sua. Lei lo ricambia, ma le convenzioni sociali rendono impossibile il loro amore. E il film disegna il contraddittorio ritratto di un paese in corsa verso il futuro ma ancora incapace di liberarsi dei suoi millenari e atavici pregiudizi.

Il sonoro del film è particolarmente efficace nelle scene in esterno. Ad esempio quelle ambientate lungo le rive del Gange: lì è il crepitìo delle fiamme a fare impressione, è il rumore sordo della carne morta che brucia, sono i tonfi ugualmente sordi con cui i lavoranti spappolano i crani dei cadaveri prima di gettarli nel fiume. Non vediamo nulla, ma sentiamo tutto. Ma anche la scena del primo bacio fra Deepak e la ragazza che non potrà amare è molto bella anche sul piano sonoro: i due sono all’aperto, seduti su un prato, e all’improvviso tutto intorno a loro tace, e il bacio ha come colonna sonora solo il leggero fruscio che un alito di vento produce fra l’erba del prato e le foglie degli alberi. Nel finale, poi, finalmente le strade di Devi e di Deepak si incrociano. I due, che ancora non si conoscono, sono entrambi segnati dalla perdita della persona amata. Così, salgono uno dopo l’altra su una barca che va verso Sangam, uno dei luoghi più sacri per la religione indù, la dove confluiscono tre fiumi (Gange, Yamuna e Saraswati). Colpiti entrambi da una cultura tradizionale che non lascia spazio alla libertà, cercano entrambi una possibile rigenerazione in uno dei luoghi sacri di quella medesima cultura. E’ in questa contraddizione l’anima viva del film: che si chiude non a caso con l’immagine della barca che scivola sul Gange verso Sangam, in un silenzio rotto solo dallo sciacquio dei remi nelle acque del fiume sacro per tutti gli indiani.

Tags

, , ,

Condividi quest'articolo

Commenti

Per poter lasciare il tuo commento devi essere registrato

CLICCA QUI PER
REGISTRARTI

Segui welovecinema

We Love Cinema