Sono tornato – La recitazione di Massimo Popolizio

di Gianni Canova

Tempo di lettura: 3 minuti

 

Il rischio era quello di cadere nella parodia, nell’eccesso, nell’esagerazione.

Quello di fare di Benito Mussolini un compare di merenda di Cetto La Qualunque.

La tentazione – bisogna riconoscerlo – era forte: le immagini di Mussolini che ci hanno tramandato i cinegiornali dell’Istituto Luce mettono in evidenza una mimica gestuale fatta di ostentazioni e smargiasserie, fra strabuzzar degli occhi, inarcar di reni e protuberar di mascelle.

Massimo Popolizio, nel dar vita alla maschera di un Duce redivivo nell’Italia di oggi in Sono tornato di Luca Miniero (Benvenuti al Sud), ha saputo evitare questo rischio. Da grande attore teatrale qual è (lo ricordiamo Premio Ubu per la sua interpretazione di Re Lear, oltre che gigantesco interprete dell’ultimo lavoro di Luca Ronconi, Lehman Trilogy), Popolizio ha lavorato soprattutto di sottrazione. Si è rasato il cranio, certo. Ha indossato orbace e stivaloni, va da sé. Ha adottato e fatto propri tutti i marchi esteriori che rendono il suo Mussolini immediatamente riconoscibile, ma poi ha preso le distanze dall’iconografia tradizionale del Duce. Lo ha – come dire – “ripulito”. Via il machismo esibito (quello che induceva il grande Carlo Emilio Gadda a parlare del Duce come di un priapico Io-minchia). Via la sfrontatezza plebea. Via, soprattutto, tutto quel repertorio gestuale e prossemico con cui Mussolini arringava le folle dal balcone di Piazza Venezia: quel puntare l’indice, quel mettere le mani sui fianchi, quello spingere in avanti il mento quadrato, che hanno fatto scrivere a uno storico acuto e autorevole come Sergio Luzzatto che Mussolini in fondo per vent’anni ha governato soprattutto con il corpo. Corpo erotico, corpo carismatico, corpo taumaturgico. Corpo che si erge come una statua nella  monumentalizzazione del Capo ma anche corpo che si spoglia a torso nudo per trebbiare il grano come qualsiasi contadino dell’Agro pontino.

Quello di Massimo Popolizio nel film di Luca Miniero è un Mussolini quasi paterno. Protervo, certo, ma anche paradossalmente protettivo. Quasi un nonno burbero ma saggio nella sua sconsolata presa d’atto dell’irredimibile e persistente mediocrità degli italiani (“Vi ho lasciato 70 anni fa analfabeti e ignoranti, e vi ritrovo più analfabeti e ignoranti di allora!”).

Che effetto produce un simile approccio al corpo e all’icona del Duce? Lo normalizza, privandolo del suo superomismo? Lo rende accettabile alle nuove generazioni, poco dotate di memoria storica? O evidenzia una volta di più l’insidiosa e subdola banalità del Male? Il dibattito è aperto. Popolizio, a chi critica il suo Duce “troppo” umano, risponde che il Mussolini che tutti conosciamo è il leader che parla in pubblico, e che di fronte alle folle osannanti indossa la maschera del Duce. Il suo invece è un Mussolini privato. Se l’avesse fatto parlare e gesticolare come faceva dal balcone di palazzo Venezia, non sarebbe stato credibile. Il suo tentativo invece è stato quello di rendere credibile il personaggio in modo che fosse funzionale alla rilevazione critica di cosa scatenerebbe una sua riapparizione nell’Italia di oggi. Quasi tutti gli altri attori che hanno interpretato il ruolo del Duce sul grande schermo, da Rod Steiger in Mussolini ultimo atto a Mario Adorf in Il delitto Matteotti, hanno lavorato di mimetismo. Hanno cercato – con la vistosa eccezione di Filippo Timi in Vincere di Marco Bellocchio – l’effetto-sosia, o l’effetto-eco. Popolizio fa un’operazione diversa. Più ambigua. Più volutamente spiazzante. Gli assomiglia e non gli assomiglia. Aderisce al modello e se ne distacca. Cerca di fare del suo Duce – redivivo in un’Italia smarrita rancorosa e impaurita –  soprattutto il termometro della nostra temperatura memoriale ed emozionale. Una verga da rabdomante capace di captare i nostri malumori e di portarli a galla, di renderli visibili. Da questo punto di vista, la sua “apparizione” è un’epifania: annuncia che la febbre non è scesa, e che gli italiani – molti italiani –  non solo non ricordano gli orrori e gli sbagli del regime – dalla privazione della libertà alle leggi razziali, dalla dittatura ai campi di sterminio – ma sono ancora nostalgici di un uomo forte che scelga e decida per loro. Le immagini riprese con la candid camera, con Popolizio vestito da Duce che gira per Roma accolto da un tripudio di saluti romani da parte di ignari cittadini, sono eloquenti e inquietanti. Fanno accapponare la pelle. E rendono tristemente vera la frase che Popolizio fa dire al suo Duce: “Io non ho inventato il fascismo, l’ho solo estratto dall’inconscio degli italiani”.

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