The War – Il pianeta delle scimmie. Il montaggio di William Hoy e Stan Salfas

di Gianni Canova

C’è qualcosa di solenne in The War, nono capitolo dell’ormai pluridecennale saga Il pianeta delle scimmie. Qualcosa che lo differenzia tanto dal mood tonitruante di tanti film di guerra contemporanei quanto dalle fracassonerie della maggior parte dei film con supereroi.

La differenza – fateci caso – sta prima di tutto nel ritmo. Non c’è in The War quella fretta di cambiare inquadratura ogni due secondi, quella voglia di correre a scavezzacollo, che si ritrova in tanti action movie dei giorni nostri. In The War il montaggio di William Hoy e Stan Salfas si prende tempo. Non ha fretta. Si concede il lusso di indugiare su un primo piano, di contemplare un paesaggio, di dare allo spettatore il tempo per entrare in sintonia con il personaggio e con il suo “sentire”.

A me è piaciuto molto questo modo “lento” di imbastire il racconto e l’azione: perché è lento (si fa per dire: siamo pur sempre in un film di guerra!) ma non noioso. Pacato ma non punitivo. Con pochissimi dialoghi, tramato di silenzi, attraversato dalle musiche a loro volta (e a modo loro…) solenni di Michael Giacchino, The War ha il pregio raro e tutt’altro che scontato di essere un film umanista pur avendo come eroe una “bestia”.

Ha il pregio di sapere rendere umano ciò che umano non è. Ma il processo di antropomorfizzazione di Cesare – il primate “intelligente” che guida la resistenza delle scimmie contro il progetto di sterminio degli umani – passa in primo luogo proprio da qui: dal volto (o dal muso?) dell’eroe, e dalla capacità di fondare un’epica proprio sui primi piani di questo volto-muso. Perché Cesare è una sorta di Mosè dei primati, un condottiero dolente e ferito che sogna di riscattare il suo popolo, una bestia più umana degli umani nel suo modo maturo e quasi razionale di controllare le emozioni.

Sono prima di tutto i primi piani a produrre questo effetto. I primi piani e il tempo lungo con cui il montaggio si sofferma su di lui, sull’espressione severa ma carismatica del leader delle scimmie. Alternando con sapienza inquadrature totali con primi e primissimi piani, e giocando su vedute da lontano che fanno attrito con immagini inquadrate da vicino, il montaggio riesce a suggerire quasi un’idea di sacralità.

Prendete il dialogo – nella seconda parte del film – fra il colonnello interpretato da Woody Harrelson e la scimmia (interpretata con la tecnica del motion capture da un Andy Serkis da Oscar): è tutto un gioco sguardi che duellano, e di campi e controcampi, lunghi, insistiti, sfidanti come una partita a scacchi. Qui davvero il montaggio ci lascia il tempo: tempo di guardare, tempo di vedere, tempo di capire.

Ci sono nel film, certo, anche le cavalcate furenti nei boschi coperti di neve, le battaglie con centinaia di comparse più o meno digitali, le esplosioni e le valanghe, e lo sterminio di massa. Ma il tutto è molto più credibile del solito. Si capisce che gli autori – a cominciare dal regista Matt Reeves – non vogliono stordire, non vogliono stupire, non vogliono distrarre. Reeves (già autore di Cloverfield) cerca di fare un film a suo modo filosofico, tutto intessuto di riferimenti ed echi ai classici del cinema di guerra (da Orizzonti di gloria, omaggiato nella scena in cui Cesare perlustra le trincee riverito e rispettato dai suoi “animali” come capitava a Kirk Douglas con i suoi soldati nel film di Kubrick, fino ad Apocalypse now, evocato dal personaggio kurtziano del colonnello, dagli elicotteri, dal tema del cuore di tenebra e perfino dalla scritta “Ape-pocalypse now” tracciata sulla parete del tunnel sotterraneo).

Il risultato, secondo me, è – un po’ a sorpresa – uno dei film più belli della stagione: uno di quelli da vedere senza pregiudizi, uno di quelli che i pregiudizi li fanno a pezzi.

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