The Visit – La produzione di Jason Blum

di Gianni Canova

Paranormal Activity, Sinister, La notte del giudizio, Insidious, Unfriended: dietro gran parte del new horror americano recente c’è lui, Jason Blum. 45 anni, ma con un’aria da eterno ragazzino, a Hollywood ormai è visto come una sorta di Re Mida del cinema: quel che tocca, diventa oro. Paranormal Activity, per dire del caso più noto, era costato 15.000 dollari e ha incassato più di 200 milioni in tutto il mondo. Avete letto bene: 15.000, 200.000.000. Roba da capogiro. Unfriended, il lavoro più recente realizzato dalla sua casa di produzione, la Blumhouse Production, è andato meno bene: solo (si fa per dire) 48 milioni di incassi a fronte di un costo di un milione di dollari. Anche in questo caso però – è bene sottolinearlo – il rapporto fra costo e ricavo è tale da far impallidire, al confronto, qualsiasi blockbuster hollywoodiano. Tanto che di recente Jason Blum si è concesso il lusso di mettersi a sperimentare anche produzioni diverse e più d’autore, come Whiplash, che gli è valso la sua prima nomination all’Oscar. Il segreto del suo successo? Low budget, attori poco conosciuti, location ridotte all’osso (quasi tutti i suoi film si svolgono in un solo ambiente), ampio utilizzo della tecnica del found foutage (il finto documentario) e una non comune capacità di rivisitare e aggiornare i grandi archetipi dell’immaginario collettivo.

Anche The Visit di M. Night Shyamalan rientra perfettamente in questa “linea editoriale”. Dopo alcune produzioni kolossal dagli esiti non proprio fortunati, il regista di Il sesto senso e The Village torna al “piccolo” e – sotto la guida di Blum – fa di nuovo centro. Perché The Visit è una fiaba gotica contemporanea che rivisita con intelligenza gli archetipi del genere (Da Hansel e Gretel a Pollicino), collocando la casetta di marzapane delle fiabe tra le campagne e i boschi di una Pennsylvania invernale e innevata. A colpire, però, è soprattutto la tecnica con cui Shyamalan gira il film: prima di essere la storia di due ragazzini che vanno ospiti per una settimana a casa dei nonni che in precedenza non avevano mai conosciuto (e che si riveleranno alquanto diversi da quel che tutti si aspettavano…), The Visit è la storia di un’adolescente (Becca, 15 anni, una passione sconfinata per il cinema e per la “tensione visuale”) che vuole realizzare un documentario sulla sua visita ai nonni e si fa aiutare dal fratellino tredicenne Tyler, appassionato di rap demenziale, che porta con sé una seconda videocamera. Tutto il film è dunque girato dal loro punto di visita. Shyamalan fa sue le immagini che i due ragazzini girano nella casa dei nonni. Ma essendoci due videocamere sul set (e nel mondo che sul e dal set viene raccontato), non assistiamo a quegli abusi di macchina a mano e a quegli interminabili e traballanti piani sequenza che spesso caratterizzano, appunto, i film girati con la tecnica del found foutage. Qui le inquadrature sono ben composte, l’aspirante regista Becca sa allungare e accorciare le focali ottiche e dispone sempre le due camere in modo da avere sempre due punti di vista interni sulla medesima scena. La bravura di Shyamalan sta nella capacità di costruire tutto il film usando, appunto, solo punti di vista interni alla scena rappresentata. Il montaggio, così, spesso avviene all’interno della medesima inquadratura. Si veda anche solo la scena in cui fratello e sorella, a casa dei nonni, si collegano via Skype con la mamma lontana.

La videocamera di Becca è posta alle spalle dei due adolescenti che davanti a sé hanno il monitor del computer collegato a Skype. Sul monitor appare la madre che parla con loro e in un piccolo riquadro – come in ogni display Skype – vediamo anche i loro volti ripresi frontalmente. Sullo sfondo del monitor, in campo lungo, a un certo punto appare anche il compagno della madre che sorride e saluta. E’ un’inquadratura di inusitata densità: l’immagine buca la profondità di campo e assume dentro di sé più immagini e situazioni diverse. La tecnica riprende in modo evidente quella applicata sistematicamente in un’altra produzione Blumhouse, Unfriended, che era tutto girato in screencasting. Ne abbiamo parlato, a suo tempo, anche qui su We Love Cinema: in Unfriended si vedono sempre solo le schermate del Mac della protagonista Blaire, tanto che l“inquadratura” diventa quasi un mosaico di finestre. In The Visit non è proprio così, ma anche in questo caso il protagonista dell’azione è anche l’autore delle riprese. E questo è forse il più forte marchio di fabbrica del produttore Jason Blum. Cosa c’è nella cantina della casa isolata in mezzo alla neve? Chi c’è nel lago vicino alla casa? Perché in quella casa si deve andare a letto alle 9 e mezzo di sera? Le domande e i misteri riecheggiano sinistri e tengono lo spettatore incollato allo schermo fino alla sorpresa che arriva – puntuale e traumatica – poco prima del finale. Shyamalan è tornato. La “cura Blum” gli ha fatto bene: pochi soldi, attori sconosciuti, una sola casa/set e due videocamere non professionali. Nulla di più. Ma gli è bastato per riuscire ancora a stupirci e a sorprenderci come ai tempi dei suoi indimenticabili esordi. Può far miracoli, un bravo produttore.

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