The Pills – Il montaggio di Roberto Cruciani

di Gianni Canova

La notte “da sballo” è quasi finita. Luca e Giulia si sono conosciuti a una festa, sono andati in discoteca, sono entrati di notte in una piscina/fontana come Sylvia e Marcello in La dolce vita e lì – a differenza dei personaggi felliniani – si sono baciati. Poi si sono amati. Ora l’alba sta arrivando e loro due sono lì, sdraiati sul prato, quando lei si solleva da terra, lo guarda e gli propone una cosa “forte”. Molto forte. Gli chiede di accompagnarla nel suo turno di lavoro part time in una panineria. Gli propone di andare con lei a lavorare. Per uno come Luca, che fin da bambino ha sempre teorizzato – assieme ai suoi sodali Luigi e Matteo –  il rifiuto del lavoro, è quasi uno shock. E tuttavia accetta. Cosa non può l’amore. Nella sequenza successiva i due sono all’interno del locale in cui Giulia deve lavorare. Dettaglio di mani che infilano un paio di guanti di lattice rossi. Dettaglio dei lacci di un grembiule bianco. Le mani (di lui) allacciano i grembiule (a lei). Tutto al ralenty. Con la fotografia in controluce. E con una musica da soft porn. E’ una delle scene-madri di The Pills-Sempre meglio che lavorare, il film prodotto dalla Taodue di Pietro Valsecchi che ha lanciato sul grande schermo uno dei gruppi di maggior successo sul web. Una scena di lavoro montata come in un qualsiasi altro film sarebbe stata montata una scena di sesso: il montatore Roberto Cruciani distribuisce coi tempi giusti dettagli e totali, seleziona inquadrature ravvicinate sui volti e riesce in qualche modo a rendere sexy ciò che non lo è. Riesce a erotizzare il lavoro. Il film funziona anche per scarti come questo, per provocazioni e sorprese che passano attraverso la tecnica con cui il film è stato realizzato.

In questa chiave, il montaggio gioca un ruolo davvero essenziale: alle prese con tre “vitelloni” dei giorni nostri, trentenni sfaccendati che passano le giornate a farsi canne e a cazzeggiare come neanche Moretti in Ecce Bombo ormai quasi quarant’anni fa (!!!!!), Cruciani ha il merito di distribuire con sapienza le tre sottotrame relative ai tre diversi protagonisti senza perdere mai di vista il fatto che comunque il film non è autarchico come poteva esserlo Ecce Bombo, ma si regge su un protagonismo collettivo e generazionale. La dialettica individuale/collettivo è evidente e ottimamente risolta, ad esempio, nella sequenza-videoclip in cui la canzone che dice “Mi annoiavo alle feste, mi annoiavo alle cene” viene visualizzata con un montaggio alternato e parallelo che segue i tre diversi protagonisti fino a farli convergere in uno split screen (inquadratura divisa) in cui sono tutti e tre simultaneamente presenti, ma ognuno chiuso nella propria cornice, finché la moka del caffè su cui era iniziata la sequenza non viene ripresa dall’alto, in una sorta di plongé che la vede esplodere per l’eccessivo riscaldamento, con il coperchio che volteggia nell’aria come gli oggetti nel finale di Zabrizskie Point.  Ma efficacissima dal punto di vista del montaggio è anche la sequenza ambientata al distributore di benzina, con Luca e Matteo in auto e un “bangla” – così lo chiamano loro – che si avvicina minaccioso offrendosi di fare lui il pieno. Luca lo spia in soggettiva dentro lo specchietto retrovisore laterale e lui, il bangla, irrompe con la mano nell’inquadratura impugnando le chiavi della vettura. Cruciani non sbaglia nulla: i tempi, i tagli, i dettagli creano una tensione come se fossimo di fronte a un duello di un western di Sergio Leone. Sempre meglio che lavorare, del resto, non nasconde le sue fonti e i suoi modelli, e li omaggia di continuo: dallo “stallo alla messicana” di Le iene (omaggiato a più riprese soprattutto nella parte del film con i tre protagonisti bambini) a John Woo, da L’attimo fuggente a Il cacciatore, via via sino alla parodia di Silvio Muccino in un film che ha il pregio di non fare retorica sulla propria cinefilia, ma anzi di prenderla bonariamente in giro. Come fanno del resto i tre autori (Luigi Di Capua, Matteo Corradini e Luca Vecchi, anche regista) con i loro tre personaggi: eterni Peter Pan di Roma Sud in un film che con Quo vado? di Checco Zalone riesce finalmente a “montare” una riflessione nuova e non scontata sul tema del lavoro nell’Italia di oggi.

 

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