The Neon Demon – La regia di Nicolas Winding Refn

di Gianni Canova

A Cannes l’hanno fischiato. Rumorosamente, sfacciatamente.
In Italia, alla sua uscita, l’hanno accusato di tutto: di maschilismo, di misoginia, di cattivo gusto.
Qualcuno l’ha stroncato perché – dice – assomiglia ai linguaggi patinati (sic!) della pubblicità.
Qualcun altro perché assomiglia – dice quest’altro – ai linguaggi criptici (sic!) della videoarte.
Qualcuno lo detesta perché a suo dire è troppo disturbante e qualcun altro perché lo è troppo poco.
Buon segno. Ottimo segno.
Quando un film scatena reazioni così, quando induce gli spettatori a urlare il loro rifiuto, vuol dire che è un film vivo. Che tocca i nervi giusti. Che indigna e disturba. Che è poi quello che dovrebbe fare l’arte, sempre. Almeno l’arte non asservita alle logiche dominanti. E oggi le logiche dominanti sono quelle che credono/vogliono/pretendono che il cinema racconti la realtà. Che abbia un messaggio chiaro e progressivo. Che non contenga margini di ambiguità. Che confermi la “poetica” dell’autore che i critici credono di aver individuato nei film precedenti. The Neon Demon non è e non ha nulla di tutto questo. Può essere preso per tutto e per il contrario di tutto. Può passare per glamour o per splatter. Può risultare – secondo i punti di vista – maschilista o femminista. Estetizzante o trash. In ogni caso, sfugge. Spiazza. Guizza. Basterebbe questo a confermare che Nicola Winding Refn è un grande regista: non fa predicozzi sul mondo, cerca piuttosto di creare forme. E lo fa – in questo è davvero un contemporaneo – attraversando da par suo tutti i linguaggi della contemporaneità, dalla pubblicità alla videoarte (appunto!), dalla fotografia ai generi (o a quel che ne resta…).
C’è una sorta di ieraticità, nel film, o di solennità, che ne fa un artefatto che sembra davvero arrivare da un altro pianeta. Sembra un film sulla moda, sull’artificio, sulle illusioni. In realtà, è un film sulla rappresentazione. Sulla bellezza come ossessione. Il punto di vista di Refn sulla bellezza oscilla fra le suggestioni della cultura gotica e quelle della cultura cattolica. Dal gotico (e in particolare dal gotico fiabesco) assume la visione della donna come strega-narcisa (“Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?”), dalla cultura cattolica l’idea che la condivisione di qualcosa debba passare per la sua assunzione dentro il corpo. “Prendete e mangiate, questo è il mio corpo”, diceva Cristo per condividere la dimensione del sacro con i suoi discepoli. Le “streghe” di Nicola Winding Refn fanno la stessa cosa con Jesse: abbagliate da una bellezza che non hanno e che è per loro inattingibile, pensano che l’unico modo di condividerla sia quella di mangiarla. Siamo dalle parti di Crobenberg, della body art, o del body punk, ma con in più la potenza visionaria di uno sguardo registico che usa il neon come materia prima e lo centrifuga con i linguaggi più disparati, dalla fotografia posata allo still life pubblicitario, dalla videoinstallazione alla gamification, dalla sfilata alla performance. Ma “non si capisce niente”, scrive il critico di uno dei più importanti quotidiani italiani. Siamo alle solite: lui non capisce niente, e proprio per questo pretende di rendere oggettiva e assoluta quella che non è che la sua soggettiva e personalissima incapacità di capire. Ammesso che capire serva a qualcosa: come di fronte alla sublime grandezza di certa musica, anche di fronte a certi film si può provare un’autentica emozione estetica non benché non si capisca, ma – al contrario – proprio perché non si capisce. Non tutto è sempre razionalizzabile, comunicabile, etichettabile. In questo Refn persegue davvero una nuova estetica: un mio studente, nella tesi di laurea che sta scrivendo su Refn, l’ha definita l’estetica della neon-violenza.

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Commenti

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Tony Fenner 10 mesi fa

Bel pezzo, ma forse un po' distante dalla comprensione dello spettatore medio che poi è quello che paga il biglietto di ingresso. Comunque un "mi piace".

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