On the Milky Road – Sulla via lattea: la recitazione di Monica Bellucci

di Gianni Canova

“Sei molto bella…!”, le dice lui. E lei, con il viso appena appena increspato da un enigmatico sorriso: “È la mia condanna. La bellezza mi ha portato tante pene…”. Pausa. Solo un attimo. “Come la tua gentilezza…”.

In questo dialogo fra il suo personaggio – una sfollata italiana nella ex-Jugoslavia degli anni Novanta, devastata da una delle guerre civili più feroci e sanguinarie del’900 – e il personaggio interpretato dal regista Emir Kusturica, Monica Bellucci sintetizza – per certi versi – il suo destino (o la sua condanna) di attrice.

Troppo bella per essere ritenuta anche brava. Troppo perfetta per un mondo in cui le invidie e le gelosie sanno trasformare finanche la bellezza in una colpa. Il problema non è solo italiano. Le grandi dive americane, per dimostrare che sono brave oltre che belle, si imbruttiscono. Si puniscono. Si cuciono addosso personaggi sgradevoli. L’hanno fatto Nicole Kidman, Charlize Theron e tante altre.

Monica Bellucci no. In questo film di Emir Kusturica si offre semplicemente per quello che è. Senza trucchi, senza ritocchi, senza inganni. Con le piccole rughe che ha. Con il viso segnato dal tempo. E si consegna senza reticenze al lavoro del regista, che fa di lei semplicemente una donna e la strappa al suo destino di icona.

Capita raramente di vedere un’attrice che si abbandona al suo personaggio come fa Monica Bellucci in questo film. Non si immedesima, non ci si “cala”. Si abbandona. Ci scivola dentro. E lascia che sia il cinema a fare del suo volto e del suo corpo una tavolozza su cui disegnare sogni e visioni.

Guardate, nella prima parte, come Kusturica fa del suo volto lo schermo su cui riflettere le immagini del film che lei rivede ogni giorno in Tv, o su cui proiettare luci, ombre, riflessi di gocce di pioggia, forme che si muovono. Volto-schermo, volto-luce, volto-cinema.

E poi, corpo: mai come in questo film, Kusturica disegna intorno al corpo totemico di Monica Bellucci un universo panico popolato da animali che volano, strisciano, planano, belano, ululano, grugniscono, saltellano, in mezzo a paesaggi da western balcanico montano, con lui e lei che – presi da amour fou – si inabissano nell’acqua come nell’Atalante di Jean Vigo, e poi corrono, saltano, precipitano in una cascata e a un certo punto volano via, librandosi nell’aria, via dal cappio del realismo, via dalle manette della verosimiglianza, via dalle strettoie della logica, via da un universo dal tempo impazzito (l’orologio antico che ferisce e colpisce…) verso un mondo dove esistono soltanto le leggi del desiderio e della poesia. Con un’energia che pochi altri cineasti contemporanei possono vantare,

Kusturica dirige un cast fatto di falchi e oche, pecore e api, orsi e maiali, asini e serpenti, gioca con il vento e con i fulmini, obbliga Monica a recitare in serbo e a tornare sul set per tre estati consecutive (dal 2013 al 2015), in una lavorazione travagliata e perigliosa che però riesce a infilarsi alla fine in uno degli epiloghi più memorabili di tutto il cinema recente, fra pecore che saltano per aria su un campo minato, agnellini che belano, e falchi che attaccano agli occhi i “cattivi”.

Lì, lei ascende letteralmente al cielo, avvinta a un serpente che la stringe nelle sue spire, pronto a farla tornare in quel paradiso da cui – al principio dei tempi – proprio lui – il Serpente – l’aveva fatta cacciare.

È davvero la prima e l’ultima donna del mondo, Monica Bellucci in questo film: tanto che per preservarne il ricordo (e per farla tornare icona dopo averla resa donna) l’uomo che l’aveva amata nel tempo impazzito della guerra si sottopone a una fatica di Sisifo che non posso rivelare ma che usa la pietra e la penitenza per consacrare il luogo in cui, 15 anni prima, avevano danzato insieme la morte e la vita.

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