The Martian: Il montaggio di Pietro Scalia

Era uno dei film più attesi dell’autunno. La stampa estera, da Toronto, era arrivata a definirlo il più bel film di Ridley Scott. Qualcuno l’aveva anche collocato fra le pietre miliari del cinema di fantascienza.

Attese confermate?

Così così.

Dopo aver visto Sopravvissuto – The Martian continuo a pensare che i capolavori di Ridley Scott siano I Duellanti, Alien, Il gladiatore e Thelma & Louise (avete notato che non ho indicato il titolo che quasi tutti considerano il migliore?).

In modo analogo penso che quest’ultimo film resti ben lontano non solo da 2001: Odissea nello spazio, ma anche da titoli più recenti come Interstellar e Gravity, che certi critici americani avevano trattato con diffidenza per quelle implicazioni metafisiche e filosofiche che invece avevano molto colpito il pubblico europeo.

Sopravvissuto – The Martian non ha sottotesti particolarmente complicati, né costruisce metafore sfuggenti attorno alla vicenda dell’astronauta creduto morto dai suoi compagni, abbandonato su Marte per errore e costretto a sopravvivere per mesi e mesi coltivando patate concimate con i suoi escrementi.

E’, molto più semplicemente, un survival movie: racconta una storia di solitudine e sopravvivenza quotidiana, senza neppure adottare le strategie empatiche messe in atto da un altro (secondo me bellissimo…) film di sopravvivenza come CastAway di Robert Zemeckis.

In The Martian colpisce prima di tutto il ritmo. Lento, pacato, quasi disteso, senza quelle accelerazioni frenetiche e quelle corse ansimanti e finanche un po’ nevrotiche che spesso connotano i blockbuster di Hollywood.

Firmato da Pietro Scalia – Oscar per il montaggio di JFK e di Black Hawk Down – il montaggio di The Martian ha una dimensione di composta classicità: non fa nulla per farsi notare, spesso si rende invisibile e non disdegna di ricorrere più al ralenty che all’accelerazione.

Il motivo?

Io credo che sia riconducibile al 3D. Già presentando gli ultimi film tridimensionali a cui aveva lavorato (The Amazing Spiderman e Prometheus), Pietro Scalia aveva detto che quando usi il 3D devi per prima cosa prestare attenzione ai tempi di reazione degli occhi davanti a un’immagine per poterla rendere piacevole e non disturbante, come purtroppo a volte accade di fronte a certe immagini in tre dimensioni.

L’occhio, secondo Scalia ha bisogno di un certo tempo per adattarsi a ciò che vede e un montaggio troppo veloce finirebbe col danneggiare l’apprezzamento della visione.

Credo che Scalia abbia applicato questa regola anche a The Martian: il nostro occhio plana sulle sabbie rosse di Marte, sulle rocce color ruggine o sui cieli color vinaccia con attitudine quasi contemplativa.

A tratti – come nella scena della tempesta – tutto è convulso e la visione si annebbia.

Ma per il resto è proprio la pacatezza del montaggio che si sposa perfettamente con la calma e la freddezza con cui Mark (Matt Damon) affronta e risolve, uno dopo l’altro, i problemi che la sopravvivenza gli pone (alimentazione, ossigenazione, comunicazione, ritorno a casa, e così via…).

Alla fine, ad essere celebrata è l’idea della solidarietà di gruppo.

Lontani i tempi in cui un Alien qualsiasi faceva a pezzi la coesione cameratesca di un equipaggio stellare.

Ora il ”marziano” è uno dei nostri.

E per salvarlo si arriva perfino a mettere d’accordo cinesi e americani.

Capitalismo e comunismo uniti nella lotta.

Su Marte, ovviamente.

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