The Hateful Eight: la colonna sonora di Ennio Morricone

di Gianni Canova

Ulula, sibila e fischia dall’inizio alla fine.

Lo si sente interrottamente per quasi tre ore.

Si insinua tra le fessure delle pareti di legno

dell’emporio isolato in cui si svolge l’azione,

filtra gelido sotto i pavimenti, solleva folate e mulinelli di neve.

È il vento il vero protagonista della banda sonora di The Hateful Eight.

Un vento cupo, gonfio, minaccioso, carico di neve e di tempesta.

Un vento che dà la misura della tragedia che incombe.

Le musiche composte da Ennio Morricone

(ed eseguite dall’Orchestra Nazionale Ceca)

dialogano ininterrottamente con la presenza del vento,

e l’effetto è straordinario.

Il merito dell’accostamento – va riconosciuto –

è più di Tarantino che di Morricone.

Il Maestro – per sua stessa ammissione – ha composto la colonna sonora

avendo letto solo lo script, e senza associare un brano musicale

a una specifica scena prevista dal copione.

Tarantino gli ha solo chiesto di tener presente

che tutto il film si svolge in mezzo alla neve.

E Morricone l’ha fatto. Ha creato una colonna sonora sinistra e invernale,

stridente, ululante, pur senza aver visto il film. Avendolo, forse, solo immaginato.

Per prima cosa ha preso alcuni brani rimasti inediti

che aveva composto più di trent’anni anni fa per La cosa (1982) di John Carpenter

(grandissimo cult, che ha in comune con The Hateful Eight

la neve, il sangue, lo splatter e Kurt Russell nel cast),

e li ha associati con brani composti appositamente per il film di Tarantino.

Il risultato è un soundtrack inquietante e avvolgente, fatto di archi e fagotti,

di percussioni martellanti e di violini stridenti,

che riempiono l’aria già satura di neve anche di cupi e sinistri presagi.

Ascoltate con attenzione, subito dopo l’Ouverture,

anche solo il brano L’ultima diligenza di Red Rock,

con la macchina da presa che sfiora una statua lignea del Cristo crocefisso

piantata in mezzo al nulla e semisepolta dalla neve,

e quasi trema passandole accanto,

con la musica che vibra minacciosa, tesa, fosca,

fra percussioni martellanti e contrappunti inquietanti.

C’è qualcosa di allarmante nell’aria ed è la musica che ce lo fa presagire.

Lo stesso Tarantino l’ha definita “spaventosa”.

Ci sono due momenti nel film in cui la musica diventa la vera protagonista.

Sono i due momenti di musica diegetica

(cioè prodotta nell’ambiente in cui si svolge l’azione)

collocati proprio al centro della prima e della seconda parte del film.

Il primo momento è quando il messicano Bob suonicchia al pianoforte

Silent Night, holy night prima con un solo dito, provando a caso su un solo tasto,

coreggendosi, riprovando, mentre fuori fischia il vento,

e mentre nell’emporio di una notte tutt’altro che silente

infuria la guerra di parole fra gli otto bastardi senza gloria

chiusi li dentro e prigionieri dell’odio e della neve.

Bob suona male, ci prova. Va per tentativi, per approssimazioni.

Finché a poco a poco riesce a riprodurre in modo assolutamente rudimentale

la melodia basica della più celebre fra le canzoni natalizie.

Nella seconda parte qualcosa di analogo accade con Daisy Domergue,

la prigioniera interpretata da Jennifer Jason Leigh.

Col volto tumefatto e sporco di  sangue, la donna

chiede al suo carceriere/cacciatore di taglie

di poter suonare la chitarra. Lui glielo consente

E lei strimpella Jim Jones at Botany Bay,

un brano folk di origini australiane eseguito anche da Bob Dylan.

Lo fa anche lei in modo rudimentale, sbagliando accordi, correggendosi e riprovando.

Estetica dell’approssimazione. Musica fai-da-te.

Musica che si mescola con i sibili del vento, con le parole urlate dai personaggi carichi di odio,

con il rumore dei chiodi che qualcuno sta conficcando nella porta di legno

per impedire che il vento la abbatta e irrompa gonfio e furente nell’emporio.

E’ questa pluristratificazione che fa grande la colonna sonora di The Hateful Eight.

Questa polifonia di suoni e rumori, di armonie e disarmonie, di accordi e disaccordi.

Mentre Daisy sta cantando, il cacciatore di taglie John Ruth

le strappa la chitarra di mano e la distrugge o la sfascia

sbattendola con violenza contro un muro e urlando: “La musica è finita!!!!”.

In realtà proprio in quel momento la musica extradiegetica di Morricone,

che taceva da parecchi minuti, si alza e riparte, ampia e tesa, vibrante e solenne,

quasi a smentire l’ordine perentorio urlato dal “masnadiero”.

Che sia questo il ruolo (e il bello…) della musica?

Iniziare sempre quando qualcuno vorrebbe che finisse, che tacesse?

In un film, come nella vita?

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